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Ilva di Taranto

La nube tossica che affoga l'Italia

Nessuno s’illuda che la faccenda riguardi solo l’Ilva e Taranto. La nube tossica oscura il sole ovunque. E non si disperderà solo sbrogliando, ammesso che ci si riesca, la faccenda pugliese.

di Davide Giacalone - 27 luglio 2012

Da Taranto si sprigiona una nube tossica, capace di avvelenare l’Italia tutta. Che i provvedimenti presi dalla magistratura siano fondati, o che siano una pericolosa esagerazione, le loro conseguenze non potranno fermarsi alle acciaierie della città pugliese. Il giudice delle indagini preliminari, infatti, ha posto sotto sequestro un’intera area industriale. All’Ilva i sigilli hanno chiuso i parchi minerali, le cokerie, l"area agglomerazione, l"area altiforni, le acciaierie e la gestione materiali ferrosi. Otto, tra dirigenti ed ex dirigenti, i detenuti agli arresti domiciliari. Cinque di questi erano già inquisiti e avevano nominato propri consulenti nell"ambito dell"incidente probatorio. Il galateo istituzionale, l’omaggio formale alla separazione dei poteri, non cela minimamente il disappunto del ministro dell’ambiente, Corrado Clini. Il governo, ha detto, vuole sostenere la “continuazione delle attività produttive e chiederò che il riesame dei provvedimenti giudiziari avvenga entro giorni e non mesi, nel minor tempo possibile. Non possiamo sostenere il clima di tensione economica e sociale”, precisando che la faccenda coinvolge, fra gli altri, l’interesse di “circa quindicimila lavoratori”. Credo che il ministro abbia ragione, ma credo anche che non abbia pesato fino in fondo le sue parole. O forse lo ha fatto, risultando, per questo, ancora più dure. Il riesame dei provvedimenti cautelari, che riguardano la libertà personale dei cittadini, la disponibilità dei loro patrimoni e, come in questo caso, l’uso di beni e attività produttive, deve sempre essere immediato. Se non lo è, e troppo spesso non lo è, il potere giudiziario si trasforma in potere arbitrario. Sottolinearlo, mille volte, non significa polemizzare con la magistratura, o volerne attaccare le funzioni, ma l’esatto contrario: se la macchina giudiziaria non funziona e il diritto e i diritti non sono tutelati, nulla più ha a che vedere con la giustizia. Neanche i provvedimenti per ipotesi giusti. Inoltre, il governo non ha alcun potere d’intervento sui tempi delle decisioni giudiziarie, meno che mai nella fissazione delle date relative a riesami, ricorsi, udienze o sentenze. Sicché il ministro ha espresso auspici che non possono essere impegni, con il che, però, ha dimostrato la totale inutilità della sua azione. Ciò, detto con parole diverse, significa che il potere giudiziario ha assunto il governo di fatto. Il che non è normale, né accettabile, né circoscrivibile. Sollecitando il riesame, cosa che non può fare, sostituendosi così non solo al tribunale, ma anche alla difesa (con i provvedimenti appena eseguiti dubito che siano già pronti i ricorsi, talché si possa sottoporli a riesame), il ministro ha reso evidente qual è il suo convincimento: il giudice non solo ha esagerato, ma ha sbagliato. La qual cosa non mi scandalizza affatto, dato che trovo frutto di un disdicevole bacchettonismo giudiziario il fatto che i magistrati possano criticare il governo e provare a riscrivere la storia, mentre chi fa le leggi e governa non dovrebbe mai permettersi di esprimere opinioni sull’operato dei magistrati. Clini non solo è nel suo diritto, ma credo anche sia nel giusto. Però deve avere il coraggio della chiarezza: mentre assicurare che il governo chiederà un immediato riesame è delirio istituzionale e irregolarità formale, dire che quegli stabilimenti non andavano chiusi, che quegli impianti non si possono spegnere e che la sorte di un’area industriale non può decidersi con le misure cautelari sarebbe degno di plauso e ammirazione. Tutto sta ad avere le idee chiare e usare le parole giuste. Veniamo al merito, dunque. Se i provvedimenti di ieri si dimostreranno ben fondati e l’esito del procedimento dovesse premiarne la tempestività, ne deriverebbe che il governo nazionale e quello degli enti locali è nelle mani d’incapaci, di matti o di complici. A (non felice) scelta. Perché mentre il gip chiudeva tutto e arrestava, gli uomini dei diversi governi, l’impresa e i sindacati chiudevano un accordo che prevede non solo la continuazione dell’attività produttiva, ma l’investimento di 336 milioni per la riqualificazione ambientale, considerata compatibile, evidentemente, con la sopravvivenza di quell’industria. O gli uni o gli altri, all’evidenza, hanno preso una micidiale cantonata. E siccome non si può procedere a suon di “se” e di dubbi, è evidente che il giudizio sul rispetto o la violazione delle leggi non può che spettare alla giustizia. Ma non a quella delle misure cautelari, bensì a quella delle sentenze. E’ qui il dramma, messo in luce anche dalle parole, sbagliate, di Clini: se la distanza fra la misura coercitiva, in assenza di giudizio, e il giudizio stesso si allarga, come sempre di più succede, allora questo è un Paese senza certezza del diritto, nel quale non si può investire e del quale è legittimo avere paura. Il che riguarda non solo gli stabilimenti, ma anche le persone, i cittadini la cui libertà è stata violata. Alcuni di loro erano già parte nel giudizio, tanto da avere attività legali in corso. Allora: in che consiste l’urgenza dell’arresto, visto che se avessero avuto intenzione di scappare lo avrebbero già fatto, se avessero potuto inquinare le prove anche, mentre l’ipotesi di reiterazione del reato (ambientale!) è cervellotica? Ancora una volta finiscono arrestati degli imprenditori, in questo caso una famiglia. Se si commettono dei reati, se si è giudicati colpevoli, quale che sia l’attività che si svolge, la propria fede religiosa, il proprio livello culturale o il colore della pelle si sconti la pena. Ma qui non c’è l’ombra di un giudizio, siamo alla fase cautelare, e, una volta di più, si dimostra che fare l’imprenditore, in Italia, comporta un rischio eccessivo. Compreso quello di perdere la libertà. Nessuno s’illuda che la faccenda riguardi solo l’Ilva e Taranto. La nube tossica oscura il sole ovunque. E non si disperderà solo sbrogliando, ammesso che ci si riesca, la faccenda pugliese.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario