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Un’agenzia Apcom trasmette: soldati Usa in Siria

La notizia non notizia che fa notizia

Sconfinamento o meno delle truppe, il problema è l’incontinenza di Washington

di Antonio Picasso - 29 novembre 2005

L’accaduto fa venire in mente Orson Welles che, nel 1938, annunciò alla radio lo sbarco dei marziani in America. Tutti ci cedettero e le redazioni dei giornali vissero esilaranti momenti di follia. Esilaranti per Orson Welles.

Venerdì 25 novembre si è consumata una nuova ma solita storia di notizia falsa, capace di far cadere dalla sedia l’ingenuo giornalista che legge le agenzie. Ore 10,00 del mattino: l’Apcom titola: “Debka, scontri tra marines Usa e truppe Siria oltre confine. Marines hanno varcato confine dopo aver dato ultimatum a Damasco”. Asciutto, telegrafico, ma scioccante. E poi si va avanti con la cronaca dei soldati americani che avrebbero invaso il territorio siriano e che starebbero combattendo contro l’esercito di Damasco. Fonte il sito israeliano Debka. Un gesto, quello degli Stati Uniti, che sarebbe stato preceduto da un ultimatum a Damasco, accusata di aver offerto rifugio a un gruppo di militanti di al Qaeda. Sempre Debka riferiva anche di perdite su entrambi i fronti. Tuttavia, al take galeotto non c’è stato seguito. Reuter’s, Bbc, Cnn, nessun’altra agenzia ha approfondito la questione. Intanto nelle redazioni si riassorbiva l’angoscia. Perché se non c’è conferma, non c’è neanche motivo di allarme. Sarà stata vera la notizia allora? Non si sa. Il fatto che truppe in guerra in un territorio “sbrodolino” oltre confine non deve suscitare tanto scalpore. È una cosa naturale. Soprattutto in una regione dove le frontiere non sono mai state ben definite, se non unicamente sulla carta geografica. È capitato. Alle volte fatti simili hanno creato un motivo per l’inizio di una guerra. In altre è stato fatto capitare. E proprio perché si cercava un espediente contingente per combattere. Quindi non è una cosa nuova. Qualcuno ha subito parlato casus belli. Sì, è il termine esatto che la dottrina indica per queste situazioni. E può essere accaduto davvero. Ma anche no. Probabilmente si è verificato un breve scontro a fuoco. Qualche raffica di colpi. Qualche morto. Probabilmente di più da parte siriana, visti equipaggiamento e preparazione militare a disposizione dei marines. Ma niente di più.

Ma allora, cosa si può imparare da una notizia-forse-non-notizia-ma-che-comunque-fa-notizia? Tre cose.

Primo che, anche in questo caso, gli Usa sono stati scoperti. Non è propriamente tecnico, ma si può dire che si sono fatti sgamare. Com’è stato per i bombardamenti al fosforo a Fallujah. E per l’imbarazzante idea di George Bush di bombardare la sede della tv araba al Jazeera. Una continua fuga di notizie, in cui l’episodio delle truppe Usa in Siria sarebbe l’ultimo caso. È la globalizzazione. La notizia arriva in redazione nel momento in cui il missile colpisce l’obiettivo.

Secondo, che Washington non sa più contenere errori e conoscenza degli stessi. È un colabrodo. Gli Stati Uniti sono i creatori della comunicazione multimediale, veloce, globale e ora ne pagano lo conseguenze. Perché il lato impresentabile della loro politica estera non resta più nell’ombra. Non esiste più un backstage.

Infine che, comunque, sono tutti lì: Siria, Israele, Libano, Stati Uniti, Iraq, Iran. Tutti come dei velocisti di atletica sullo start ad aspettare il via. Muscoli tesi, concentrazione, occhio dritto davanti. Si aspetta solo il tre-due-uno per scattare. Peccato, però, che sulla pista i corridori non siano ognuno nella propria corsia, ma si fronteggino. E quindi, se disgraziatamente la pistola dell’arbitro dovesse sparare, gli atleti correrebbero uno contro l’altro, a velocità supersoniche, nella stessa corsia, fino a scontrarsi. Per concludere tutto in un bel botto.

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