ultimora
Public Policy

Cosa sarebbe successo nel nostro Paese?

La Northern Rock e l'Italia

Ma è necessario fare chiarezza sulle esposizioni in subprime delle banche

di Angelo De Mattia - 19 febbraio 2008

È facile immaginare quel che sarebbe successo in Italia se fosse stata nazionalizzata una banca, sia pure con l’intento della temporaneità, come è accaduto in Inghilterra con la Northern Rock, travolta dalla crisi dei mutui subprime, le cui azioni da ieri non sono più negoziabili: il tutto con buona pace del liberismo, dell’efficienza del mercato e del trasparente rapporto tra Banca Centrale – che in questi mesi ha concesso alla Northern Rock finanziamenti per complessive 25 miliardi di sterline e ha tenuto una condotta chiaramente contraddittoria – e sistema finanziario. I “populisti del mercato” (Bauman) – che finora non hanno dedicato neppure uno sparuto commento alle traversie della banca inglese iniziate 5 mesi or sono – si sarebbero scagliati contro l’ingerenza dello Stato nell’economia e avrebbero chiesto di modificare la legge perché le banche vengano sottoposte alle medesime procedure fallimentari previste per le altre imprese, dimentichi della funzione del risparmio e dei rischi di crisi sistemiche. I commissari europei al mercato interno e alla concorrenza si sarebbero quotidianamente prodotti in dichiarazioni di fuoco contro un salvataggio nel quale avrebbero visto una chiara responsabilità da italianità (se si tratta, invece, di inglesità o di olandesità, nulla quaestio). Della tutela del risparmio e dei risparmiatori i “bolscevichi del mercato” (Stiglitz) non si sarebbero curati. Non sarebbero mancate proposte di inchieste parlamentari, anche se fosse stata la prima nazionalizzazione dal 1970 come nel caso inglese, e la stampa sarebbe stata prodiga di cronache e di editoriali in proposito. È fondato ritenere, insomma, che ci sono nazionalizzazioni e dirigismi buoni se praticati nei mercati anglosassoni, che diventano cattivi, “vitandi”, se dovessero profilarsi in altri mercati. Quod Jovi, non bovi, dicevano i latini. Negli ultimi tempi, in Francia, Germania, Olanda e, da ultimo, in Inghilterra non ci si sottrae a difendere e “proteggere” parti importanti del proprio sistema finanziario senza che di ciò si meni scandalo e senza che la Commissione europea – che nel caso della Northern Rock dichiara di essere vigile – intervenga in nome della libertà del mercato e della concorrenza. Vale la pena di ricordare che in Italia il decreto ministeriale del 1974, che passò sotto il nome di D.M. Sindona (emanato in occasione del dissesto delle banche di quest’ultimo) e che rendeva possibile la concessione di anticipazioni speciali della Banca d’Italia al tasso dell’1% per il salvataggio di aziende di credito ad opera di altre banche, fu caducato perché ritenuto riconducibile alla categoria degli aiuti di Stato (e per il dissesto del Banco di Napoli, a metà degli anni ’90, fu necessario un complesso provvedimento legislativo). Naturalmente, non si disconosce affatto il carattere inedito della crisi dei subprime e la necessità anche di provvedimenti straordinari: tutt’altro. Ma dalle non cessate turbolenze finanziarie e dagli stessi interventi sulla Northern Rock scaturisce la necessità di una generale riconsiderazione, in Europa, della funzione di vigilanza creditizia e delle istituzionali procedure di crisi (cosa diversa dalle procedure operative, per es. simulate dagli stress test), a cominciare dall’architettura dei controlli. È ormai ineludibile il rafforzamento della vigilanza europea con l’istituzione di un soggetto ad hoc. E’ vero che per le caratteristiche degli ordinamenti nazionali e per il ruolo dei bilanci pubblici, compiti di vigilanza connessi a diverse branche del diritto non possono essere di colpo trasferiti alla Comunità. Tuttavia, un livello europeo di produzione della normativa e di controllo entro determinati limiti avrebbe una piena ragion d’essere, innanzitutto per gli istituti con attività e filiazioni transfrontaliere. Del resto, già ora l’art. 105 del Trattato CE prevede che la Banca Centrale Europea possa vedersi attribuiti, con particolari procedure, compiti specifici di vigilanza prudenziale. Ma anche dal caso Northern Rock, come dalla vicenda della francese Société Générale, scaturisce l’esigenza di fare finalmente chiarezza sulle esposizioni fuori bilancio delle banche, emanando precise prescrizioni nei diversi Paesi, dove è particolarmente necessario, sull’appostazione di tali esposizioni, non essendo più sufficiente, anche perché densa di aporie, la semplice moral suasion sull’esclusiva autovalutazione da parte delle stesse banche interessate.

pubblicato su L"Unità di martedì 19 febbraio

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario