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Le anime in pena di un partito imploso

La miopia della sinistra italiana

La vera politica è fatta di idee, programmi e capi credibili

di Davide Giacalone - 01 ottobre 2009

In un sistema serio, quando un gruppo politico, partito o coalizione che sia, perde le elezioni il quesito che si pone non è: con quali nuovi alleati, aggiungendo quali nuovi portatori di voti, potrò superare gli avversari? Bensì: con quali nuove idee, proposte e programmi potrò conquistare nuovi elettori? Se si ragiona nel primo modo, come da troppi anni si fa in Italia, vuol dire che si considera tutto immutabile e la politica sostanzialmente irrilevante, talché la democrazia s’incarna solo nella contabilità elettorale. Ragionando nel secondo modo, invece, vuol dire che si fa politica credendo in quel che si dice, e sperando di poterlo realizzare nell’unico modo che la democrazia consente, ovvero vincendo le elezioni.

Invece di massacrarsi in una falsa democrazia interna, dove il voto delle sezioni è inficiato dalla reciproca accusa (che è una doppia verità) di avere fatto delle tessere false, per poi darsi fuoco sulla pira delle primarie, chiamando a votare i passanti, compresi quelli che se ne fregano o li detestano, ma sono stati intruppati da qualche capobastone.

Anziché comportarsi come tanti Nando Moriconi, americani in una Roma politica che diverte solo loro, capaci pure di chiedere alla Rai di organizzare per loro un confronto fra i candidati, per potersi esibire come s’usa oltre Atlantico, ma dimenticando che lì non si elegge il segretario di un partito e lo scopo di far vedere le proprie divisioni davanti all’elettorato non è quello di stabilire chi ha il diritto a guidare l’opposizione, ma quello d’individuare il candidato capace di parlare alla parte più vasta e distante dei cittadini, in modo da potere convincentemente concorrere a vincerle, le elezioni. Ed anziché farsi offrire il ring dal concorrente privato della televisione di Stato, che ha la simpatica caratteristica di appartenere al leader che loro sperano di cancellare, sicché non si sa se l’offerta è da considerarsi fatta alla ricerca degli ascolti o nella speranza che i pugili si massacrino. Anziché prodursi in tutto ciò la sinistra farebbe bene ad osservare quel che succede in Germania.

A causa di un pregresso pareggio elettorale, in un sistema proporzionale che non è niente affatto bipolare, il governo era retto da democristiani e socialdemocratici. Ambedue hanno perso voti (chi parla di “trionfo” della Merkel ha dei problemi con l’aritmetica), ma mentre per i democristiani s’è tratta di poca roba, per i socialdemocratci è stato un autentico tracollo. I veri vincitori sono i liberali, segnando così uno spostamento dell’asse politico verso le politiche di mercato e la diminuzione di tasse e spesa pubblica.

Se ci riusciranno, lo vedremo, ma è certo che i socialdemocratici devono riposizionarsi. Davanti a loro hanno due strade: crogiolarsi nella sconfitta, esaltare l’anima tradizionale ed abbandonarsi agli estremisti interni, in questo modo escludendosi dal governo per i prossimi decenni, oppure ripensare il programma, prendere atto che il vecchio stato sociale non porta consensi ma provoca costi, trovare idee nuove e capi credibili, in questo modo candidandosi non a cancellare l’operato del governo oggi vincitore, ma a continuarlo nella direzione che riterranno più giusta. E questa è politica, non quella robetta per incapaci esibizionisti che, da anni, ci ammorbano.

In passato i socialdemocratici tedeschi furono capaci di un grande salto, convocando un congresso e cancellando pubblicamente ogni riferimento al marxismo. Dopo di che governarono per una lunga ed esaltante stagione, facendo molte cose buone. Da noi, come si sa, i comunisti decisero di non chiamarsi più tali dopo che non solo il muro di Berlino, ma il comunismo sovietico, dal quale prendevano soldi, era stato seppellito fra i mostri della storia. Questa è la differenza. Gli uomini, spiace constatarlo, sono sempre i medesimi, e non pare abbiano coltivato né coraggio né lucidità.

Pubblicato da Libero

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