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Tremonti, il vero snodo dei rapporti politici

La metamorfosi del ministro dell’Economia

Le mosse strategiche finalizzate alla conquista del consenso

di Enrico Cisnetto - 28 giugno 2008

Sbaglierebbe chi guardasse con sufficienza, o peggio, alle mosse di Giulio Tremonti. Nel vuoto generale, e non solo nel governo, il ministro dell’Economia è l’unico che sta facendo politica. E la fa assai bene, per giunta. Anche perchè l’obiettivo non è proprio di quelli marginali: prendere il posto di Berlusconi. Un domani, si capisce, ma preparandosi già fin d’ora. E se poi nel prepararsi, ci scappa un congruo anticipo di quel “domani”, tanto di guadagnato.

Si prenda, per esempio, la manovra economica che ha unito Dpef e Finanziaria, anticipando e triennalizzando quest’ultima. Da un lato, il suo autocandidarsi a seguace di Padoa-Schioppa come custode dei patti europei in fatto di finanza pubblica ci piace non meno di quanto sia stato ben accolto a Bruxelles e perfino a Francoforte. La scelta europeista per questo Governo non era affatto scontata, e Giulio non solo ha fatto bene a farla ma anche a esserne il protagonista assoluto, come hanno già ben capito i leaders continentali: a Roma, Berlusconi ha altro da fare (la luna di miele sta svanendo e bisogna pensare ai processi), e Tremonti è stato abile a ergersi a loro interlocutore. Anche perchè il feeling con i nostro “soci” ci serve come il pane, dato che alcune tendenze che arrivano da lontano (dal nostro ingresso nell’euro) e che non sono mai scemate, ci vorrebbero volentieri fuori dalla moneta unica (vedi alla voce Bundesbank). E, dunque, in questo caso, gli interessi politici di Tremonti e quelli del Paese coincidono.

Ma non contento, Giulio ha scelto di occupare anche un altro spazio politico lasciato libero dal premier in altre faccende affaccendato: quello del consenso. E per riuscirci, il ministro dell’Economia non ha guardato per il sottile: si è messo i panni di Robin Hood e, scavalcando a sinistra la sinistra, ha preso ai ricchi (petrolieri, banche, detentori di stock options) per dare ai poveri (con la card ha addirittura evocato il bisogno di cibo, cosa che neppure un Diliberto si sarebbe mai sognato di dire). Ora, fermo restando che nel merito l’operazione non è condivisibile – come abbiamo già scritto su Liberal – non si può non rimanere ammirati dal veloce cambio d’identità dell’autore del pamphlet “La paura e la speranza”, ma soprattutto dall’invasione di campo, visto che il terreno del populismo è tipico del Cavaliere e non del Tributarista, per quanto colbertista.

Infine, altra questione di non poco conto sono i rapporti all’interno del Pdl e della maggioranza di governo. E qui, se abbiamo visto giusto, due sono le mosse: da un lato, avocando a sé il giudizio finale sulla spesa dei vari ministeri, con o senza portafoglio, Tremonti diventa il vero snodo dei rapporti politici, costringendo ministri e forze politiche a fare i conti con lui; dall’altro, sta mettendo fieno in cascina per gestire in autunno il federalismo fiscale, obiettivo irrinunciabile della Lega, che è bene ricordare ha una forza parlamentare decisiva sia alla Camera che al Senato.

Naturalmente, come ci è già capitato di osservare, in tutto questo manca un ingrediente fondamentale: le politiche per la crescita economica, di cui il Paese ha bisogno per uscire dalla stagnazione che due giorni fa è stata certificata dalla Confindustria per l’anno in corso e per buona parte del prossimo. Insomma, un piano straordinario di investimenti – e qui la linea anti-mercatista (sacrosanta) di Tremonti può tornare utilissima – per il quale le risorse possono essere reperite solo andando ad intaccare seriamente la dinamica della spesa corrente, che come ha segnalato la Corte dei Conti, continua a correre.

Ma l’euro-garante Tremonti – scommettiamo – di questo tallone d’Achille è perfettamente consapevole. E allora i casi sono due: o ci mette rimedio, e si conquista la leadership sul campo come quello che ha messo fine alla maledetta “crescita zero”, oppure lascia che con questo fuoco si bruci le dita Berlusconi, e in questo caso a rischiare sarebbero entrambi, in solido.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario