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Parma e Palermo

La metafora palermitana

Eè nel capoluogo siciliano che vediamo la fine istituzionale e politica della Terza Repubblica

di Davide Giacalone - 24 maggio 2012

Tutti guardano Parma, ma è a Palermo che la crisi istituzionale e politica segna l’approssimarsi dell’epilogo. Qui il fallimento irrimediabile della seconda Repubblica batte le sue ultime ore. Una città pessimamente amministrata dal centro destra (incapace anche solo di trovare una faccia da candidare), nella quale il centro sinistra non riesce a rappresentare neanche la speranza di un’alternativa. Una città che torna nelle mani di chi cavalcò la peggiore antipolitica, opponendosi alla seria e vera antimafia di quanti si pretende pure di commemorare, nel ventennale della loro uccisione. Una città che, nell’orrore delle coscienze e nel disfacimento della cultura, ricorda la visione profetica di un grande siciliano, Leonardo Sciascia, che parlò della Sicilia come metafora dell’Italia che non crede di potere cambiare. Che non crede alle idee. Palermo come metafora. A Parma i cittadini sono andati a votare, scegliendo l’opposizione a ogni vicinanza verso i partiti. E’ stato eletto un sindaco, che ora sarà messo alla prova. A Parma le cose sono andate bene, perché la nuova giunta potrà tessere, se ne sarà capace, il filo della politica. A Palermo è escluso. Palermo è condannata. Dopo Palermo, se il centro destra pensa di affrontare il monumentale pernacchio elettorale cambiando nome somiglierà più a un delinquente che scappa e cerca di cambiarsi i connotati che non a un partito in cerca di nuova identità. Dopo Palermo se il centro sinistra si ripresenterà alleato degli stessi che hanno consumato con gusto la loro vendetta, descrivendone gli esponenti come il peggio in circolazione, confermerà quella diagnosi, darà ragione ai propri peggiori nemici (i peggiori, lo scriviamo da anni), dimostrerà la propria pochezza intellettuale e morale. Dopo Palermo non hanno senso né le trovate propagandistiche, né il cinismo delle alleanze spurie. Ancora un passo in quella direzione e saranno risucchiati dall’ignominia. Il centro destra, in mano a un gruppo dirigente che ha visto arrivare la sconfitta, ma non ha saputo darle un significato politico, rassegnandosi alla disfatta, e il centro sinistra, in mano al medesimo gruppo dirigente che fu comunista, nel secolo scorso e un secolo fa, sono morti a Palermo. Il resto, dalla spocchia anti istituzionale del sindaco di Genova allo sberleffo parmigiano, sono solo dettagli. Morti, ma ancora al loro posto, quei gruppi dirigenti possono scegliere: restare inerti innanzi ad un destino ampiamente meritato, o provare a dare un futuro non immondo alla scena politica. Nel secondo caso abbandonino subito le parole false della contrapposizione comica, non credano di campare ancora con la rendita di posizione data dalla paura che l’altro possa vincere, perché nessuno crede più a nessuno dei due gruppi. Dopo Palermo la paura non ha più senso, dato che ci si vive dentro. Allora: il governo commissariale ha perso la spinta propulsiva, ma è privo di alternative, in questa legislatura, che, del resto, se si chiudesse subito non darebbe luogo ad altro che alla certificazione nazionale di quel che s’è visto in sede locale. Molti elettori tornerebbero alle urne, certo, per paura e contrapposizione, ma non avrebbero nulla di buono da votare. Ci trascineremo avanti nel tempo. Tutto sta a vedere se nel vuoto o con qualche prospettiva. Quindi: quel che resta dei due gruppi dirigenti cessi la patetica pantomima e provi a rimettere terreno sotto i piedi della politica, impostando la riforma del sistema elettorale e istituzionale. Un lavoro che andrà avanti oltre i confini dell’immediato, che va fatto per dare stabilità e forza al governo e restituire rappresentanza alla stragrande maggioranza dell’elettorato, che è ragionevole e moderata sia nel collocarsi a sinistra che a destra. Le ricette si conoscono. Se in cucina non sono pronti e capaci è segno che quei cuochi, sciatti e tremebondi, buoni solo a esser tronfi, sono maturi per essere cacciati. Osservino Palermo, e ne comprendano la metafora.

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