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Quando a prevalere è la legge dell’ audience

La mafia, le leggi, le trame, i complici

La Repubblica danza sull’orlo di una rottura istituzionale

di Davide Giacalone - 01 dicembre 2009

Siamo ai dilettanti dell’antimafia, tristi successori di un antico professionismo. Che fu politico, culturale e giudiziario. Non li vorrei strozzati, questi incapaci, abili solo nell’arte circense di saltare da un’altalena all’altra di parole senza senso e senza storia. Però, se le chiacchiere si strozzassero loro in gola, prima di giungere a disturbare le nostre orecchie, non sarebbe poi così male. La Repubblica danza sull’orlo di una rottura istituzionale, ma anche nel tragico c’è il grottesco, perché il ritmo è da avvinazzati. Mi limiterò a tre aspetti: le leggi, la trattativa e la cultura. L’ultimo servirà a dire che, se ce ne fosse, le case editrici di Berlusconi non le darebbero spazio.

Le leggi. Svegliate dal letargo, prima di tutto morale, vedo che alcune belle coscienze hanno preso a pensare sulla riforma del concorso esterno in associazione mafiosa e sul governo dei pentiti. Le soluzioni sono semplici, se solo ci si pensa senza avere la necessità di salvare qualche compagno o difendere la memoria di se stessi, dopo avere tanto sbagliato. Quel reato non esiste, né c’è alcuna ragione di farlo esistere. Non va riformata la legge, va cancellata la consuetudine. Rimane l’articolo 110, codice penale, che regola il concorso, talché chiunque merita punizione se prende le parti, con azioni concrete, funzionali ed individuabili, di un disegno criminale. E resta il 416 bis, sicché resta reato l’associarsi alla mafia. Punto, gli animali misti non servono.

In quanto ai pentiti, anche in questo caso, la cosa da farsi è semplice: prevedere benefici per chi collabora, anche spingendosi fino all’impunità, e commisurando il premio al reale contributo dato nell’accertamento della verità, ma stabilire che chi collabora deve dire tutto subito, e chi dice fesserie, o tace cose vere, perde le agevolazioni e se ne torna a marcire in galera. Punto, il resto sono perdite di tempo, dibattiti per chi ha voce ma difetta di pensiero.

Le trattative. Quelle fra mafiosi (plurale) e uomini dello Stato ci sono state, e ci sono. Le vediamo tutti: si svolgono fra inquirenti e presunti pentiti. I primi sperano di procedere con le indagini, i secondi di riconquistare la libertà. L’assoluta discrezionalità della gestione, unita ai ritardi micidiali della giustizia, fa sì che i secondi finiscono nelle mani dei primi. Essendo degli infami, essendo uomini da niente, è facile immaginare a cosa sono disposti, pur di farsi gli unici affari che li interessano: i propri.

Immaginiamo che ce ne sia stata una, fra il 1990 ed il 1993, destinata a destabilizzare l’Italia per spianare la strada a Berlusconi. Guardate, se mi facessero la domanda generica risponderei di sì, che, in effetti, i magistrati milanesi di mani pulite cancellarono i partiti democratici e consegnarono il governo ad un nuovo protagonista. Ma chi pensa che le bombe mafiose furono messe per questo fine vive in un altro mondo: l’Italia era già destabilizzata, l’opera di demolizione era condotta dalle procure e dai giornali, il terrore veniva addebitato a politici oramai inerti e sconfitti, utilizzandolo per sostenere il “cambiamento”, nel senso di governi commissariati e sostenuti dalla sinistra. Furono le bombe mafiose a portare Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale. Che vogliamo fare? Lo indaghiamo, o la piantiamo di dire sciocchezze?

I mafiosi, poi, devono essere dei deficienti se pensavano, in quel modo, di conquistare l’impunità o la scarcerazione. Era ovvio il contrario. In quanto all’ipotesi di cancellare o alleviare il regime di carcere duro, questa è una proposta giunta dalla sinistra. E chi l’ha sostenuta, come Piero Fassino, aveva ragione, perché il rigore dello Stato non è la durezza, ma la certezza della pena. Che facciamo? Accusiamo Fassino di connivenza o la facciamo finita con le cretinate?

La cultura. Tutto questo è possibile perché sono in troppi a non sapere quel che dicono, ma a dirlo con l’aria furba e saputa di chi ha una qualche idea in testa. La mafia è criminalità, indirizzata all’accumulazione di ricchezza e retta da un linguaggio disonorato per mezze seghe sanguinarie. Se è chiaro questo, si va in battaglia e si vince, con la forza. Ma se si pensa ad un avversario diverso, che domina le cose e parla con i governanti, ci si spara sui piedi.

Leggo Adriano Sofri e resto sconcertato. Come si fa a citare Giovanni Falcone e poi prendere le parti della Piovra? Falcone sostenne, pagando con l’ostracismo dei suoi colleghi e della sinistra, che non esisteva il terzo livello, il luogo della strategia politica mafiosa. La Piovra racconta di poteri occulti e raffigura capi acculturati, non pizzinari ricottari. E leggo, dalla pena dello stesso Sofri, che ripugnante era la politica che si compiaceva dei mafiosi intenti ad ammazzarsi fra di loro. Ma quello era Michele Pantaleone, grandioso autore (“Mafia e politica”, 1962) che tenne a battesimo l’antimafia culturale (e politica!

L’incultura confonde le acque ed inquina le menti. Una cosa è Mariano Arena, protagonista mafioso dello sciasciano “Il giorno della civetta” (1961), che dialoga da pari a pari con l’atro “uomo” del romanzo, il carabiniere Bellodi (trasfigurazione di un carabiniere vero, Renato Candida), altra un gruppo di stragisti senza onore che pensava di far saltare in aria, con sistema che richiede il solo coraggio dell’orrore, un centinaio di carabinieri. Regalare ai secondi il carisma del primo è un gesto d’autolesionismo troglodita.

L’invettiva di Sciascia contro i professionisti (e si riferiva a Borsellino) era un inno alla legalità ed alle garanzie che la legge deve offrire ai cittadini, tutti. E fu la violazione della legalità e delle garanzie, nonché la politicizzazione di carriere ed inchieste, a rivoltarsi contro Falcone e Borsellino.

Ma chi scrivesse un libro per raccontare le miserie della mafia, chi raccontasse l’omicidio di Paolo Borsellino non come la conseguenza di trame continentali, bensì come il frutto dell’inchiesta su mafia e appalti, con gli scontri che quella provocò all’interno della procura palermitana, chi riportasse la storia alla sua concretezza, rifiutando di romanzarla, non troverebbe editore e men che meno produttore cinematografico e televisivo. Gli sarebbero opposte ragioni commerciali, le stesse che hanno coperto di gloria la falsificazione. Si è fatta prevalere la legge dell’audience? Bene, beccatevene le conseguenze.

Pubblicato da Libero

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