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Public Policy

Un esempio per la politica e l’economia

La lezione di Luigi Einaudi

Libertà economica, coesione sociale, qualità della vita. Dietro il pensiero una grande azione

di Angelo De Mattia - 15 maggio 2008

Non è più l’Italia delle “pere divise” – la metafora della parsimonia, quella sobrietà che portava Luigi Einaudi a dividersi a metà una pera troppo grande con l’ospite a colazione o a scusarsi con un personaggio politico di non essersi raso la barba perché aveva mandato ad aggiustare il pennello – ma l’opera e la lezione del primo Presidente della Repubblica sono ben vive almeno in due punti nevralgici dello Stato, il Quirinale e Palazzo Koch. E pur in un mondo che Einaudi oggi stenterebbe a riconoscere, segnato da passaggi d’epoca, a quei sentimenti di austerità, che non furono mai pauperismo, non sarebbe male che la politica, la società e l’economia in qualche modo si ispirassero.

Lunedì il Presidente Napolitano ha ricordato, a 60 anni dalla elezione alla più alta Magistratura, la tensione con la quale Einaudi plasmò l’istituzione che presiedette esercitando poteri, difendendo prerogative, segnando distinzioni e limiti, stabilendo un rapporto con gli altri organi dello Stato mai compromissorio sulle questioni di principio. Ieri il governatore Mario Draghi – raccogliendo anche il sentire di quell’intellettuale collettivo che è la Banca d’Italia – ha sottolineato i passaggi della vita e del pensiero di Einaudi nei quali si può vedere una sintesi alta tra libertà economica e coesione sociale. E quella che è stata giustamente rilevata come la chiave del suo impegno di economista, storico, giornalista, banchiere centrale – la concretezza delle diagnosi e delle proposte – fu la base sulla quale si consolidò una straordinaria sensibilità istituzionale.

Questa si manifestò soprattutto quando l’uomo che a via Nazionale aveva conseguito, insieme con Donato Menichella, la stabilizzazione monetaria ponendo fine al disordine della moneta del dopoguerra e che, membro della Costituente, aveva contribuito in maniera fondamentale all’articolo 81 della Costituzione sull’equilibrio di bilancio, salì al Colle. Einuadi considerava, come ha ricordato Draghi, la concorrenza fonte di progresso, ma nel contempo contrastava gli oligopoli e le concentrazioni ai quali il laissez-faire potrebbe condurre. Si può dire che a lui (e a Ernesto Rossi) risalgano i primi spunti per una legislazione antitrust. Valorizzava il mercato, anche se aveva cura di precisare che in esso si scambiano beni, non si trattano bisogni (che debbono essere affidati a istituzioni ad hoc) ma affermava il fondamentale principio dell’uguaglianza per tutti dei punti di partenza. Apprezzava la funzione delle leghe operaie e bracciantili – vi è un suo interessante manoscritto sulla situazione dei braccianti agricoli – e delle associazioni imprenditoriali. Fu, tra l’altro, sulla base di un accordo raggiunto nel 1945 tra Einaudi e Di Vittorio che venne ricostituito nella Banca d’Italia il sindacato del personale con le relative libertà. Ma Einaudi si opponeva alla difesa, da parte delle associazioni operaie e imprenditoriali, di privilegi e status particolari.

Il governatore Einaudi, che per primo diede vita alle “Considerazioni finali” in occasione della relazione annuale della Banca d’Italia, amava il fuge rumores; nell’intervenire e nel regolare privilegiava la sostanza; mirava all’utilizzo di tutti gli strumenti del banchiere centrale al fine prioritario della stabilità della moneta, nell’assoluta convinzione che solo così lo Stato può assicurare benessere economico e coesione sociale. E’ stata anche sottolineata l’importanza che per Einaudi avevano i temi della qualità della vita. Per tutto ciò, de te fabula narratur? Anche nelle parole pronunciate lunedì da Napolitano e ieri da Draghi? E ci si può rivolgere, su questo argomento, ad alcuni tecnocrati odierni ai quali la parola “sociale” non esce mai di bocca? Certo, del pensiero e dell’azione di Einaudi non si può cogliere fior da fiore. In lui tutto si tiene. Ma proprio per questo l’uomo delle istituzioni non faceva violenza ai convincimenti dell’economista e al conoscitore dell’arte del banchiere centrale. Attraverso la densità dei suoi studi, l’antifascismo, la cattedra universitaria, le collaborazioni scientifiche e giornalistiche, aveva conseguito una convergenza tra queste visoni – e la si vide negli effetti della sua azione – che oggi sembrerebbe quasi impedita, come se si dovesse oscillare tra economia (o, addirittura, ragioneria) e socialità, quasi tra Scilla (per alcuni) e Cariddi (per altri). Eppure il paese avrebbe bisogno di una linea che, nel rigore dei conti pubblici, metta in moto una crescita sostenuta, ma soddisfi anche le esigenze di giustizia sociale.

Una parte del percorso di Luigi Einaudi – da Palazzo Koch al governo, e, poi, al Quirinale – è stata replicata, in condizioni politico-sociali, anche esse difficili, da Carlo Azeglio Ciampi. Il primo esponente di vertice della Banca d’Italia approdato sia pure per breve termine al governo fu Bonaldo Stringher, ministro del Tesoro nel 1919. Tutti i governatori che si sono succeduti a Einaudi hanno mantenuta viva, nell’operare della Banca, l’impronta che egli con Menichella, aveva impresso nella sua pur breve permanenza. C’è stata, dunque, una via Nazionale en réserve de la République. Ora l’ENA Banca d’Italia continua a dare il suo apporto a tutto il Paese. E’ da auspicare tuttavia, il ripristino di una fisiologia delle istituzioni nella quale il ricambio degli uomini non debba avvenire con misure straordinarie. Anche questo sarebbe in linea con lo spirito einaudiano.

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