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I casi Alcoa e Carbosulcis

La lezione della crisi industriale

Guardate, cari lavoratori – e lo dico da keynesiano – che prima o poi arriverà qualcuno, magari tedesco, che chiuderà tutto quello che non rende e campa di sovvenzioni, solo che quando accadrà non si saranno più né il tempo né le condizioni per creare qualcosa di alternativo.

di Enrico Cisnetto - 02 settembre 2012

Il sincero rispetto che suscitano i lavoratori sardi del Sulcis e dell’Alcoa non possono far velo neppure ad un keynesiano come me nel denunciare l’insostenibilità della loro situazione e i gli errori di chi in questi anni li ha illusi sovvenzionando a spese dei contribuenti i loro posti di lavoro “fittizi”. E per questo rimango attonito nel vedere come anche il governo nato per fare coraggiosamente quello che i partiti (tutti, a cominciare da quelli che si dichiarano liberisti) non hanno fatto perché impegnati a comprarsi il consenso, calchi le orme degli esecutivi precedenti: promesse, prolungamenti di scadenze, rinvii di decisioni prima o poi inevitabili. Inutile girarci intorno: il carbone del Sulcis non ha mercato. Da tempo l’Enel è l’unico cliente della Carbosulcis (100% Regione Sardegna), disponendo di una centrale che ha le tecnologie necessarie per abbattere le altissime emissioni di Co2 che il minerale, dieci volte più solforoso dei carboni acquistabili altrove, procura, nonostante sia comunque miscelato. La produzione della centrale Enel, che attualmente copre solo un quinto dell’energia elettrica consumata dall’isola, è stata in questi anni sovvenzionata attraverso un sovrapprezzo caricato in bolletta. Inoltre l’energia (sovvenzionata) serve ad alimentare la produzione di alluminio dell’Alcoa, che paga l’elettricità come i suoi competitor europei grazie a un complesso meccanismo di sostegno pubblico (il cosiddetto “salva-Alcoa”), che negli ultimi dieci anni è costato (sempre a valere sulla nostra bolletta, non a caso la più salata d"Europa) circa 3 miliardi. Nonostante questi aiuti, oggi Alcoa spegne e se ne va in Arabia (dove l’elettricità costa niente, la manodopera molto poco e i grandi mercati asiatici dell’alluminio sono più vicini). Come se ne vuole uscire? Per il carbone, con un progetto tecnicamente anche interessante – il CCS (Co2 capture and storage), cioè catturare l’anidride carbonica dopo la desolforazione per seppellirla in pozzi esauriti e poi estrarre un po’ di metano residuo – ma che costerebbe tra 1,5 e 2 miliardi alla bolletta degli italiani per rendere competitivo un minerale molto più facilmente ed economicamente importabile. Per l’alluminio, si sta cercando un acquirente, al quale va assicurata come minimo una lunga proroga dell’attuale regime energetico agevolato. Ammesso che basti, visto che nessuno voleva toglierlo all’Alcoa. In ballo c’è la svizzera Glencore, che infatti pretende un ulteriore sconto e parla di 300 esuberi. Ha senso tutto questo? Non ne ha avuto fin qui, tantomeno ne ha ora che i soldi sono finiti. Miliardi per tenere in piedi complessivamente neppure duemila posti di lavoro. Un gigantesco doppio spreco: diretto, perché sarebbe costato meno pagare quei lavoratori per tenerli a casa, e indiretto, perché con quei soldi si potevano fare investimenti pubblici ben più produttivi. Altrove hanno preso atto che le miniere sono diventate archeologia industriale: nella Ruhr come in Alsazia sono state trasformate in parchi turistico-scientifico-formativi, con buon successo. Noi, come ha proposto Giulio Sapelli, perché non possiamo fare altrettanto? Guardate, cari lavoratori – e ripeto, lo dico da keynesiano – che prima o poi arriverà qualcuno, magari tedesco, che chiuderà tutto quello che non rende e campa di sovvenzioni, solo che quando accadrà non si saranno più né il tempo né le condizioni per creare qualcosa di alternativo.

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