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Scelte coraggiose le loro. Noi invece?

La lezione del laboratorio francese

Presi dalle beghe elettorali interne, prestiamo poca attenzione a quanto accade in Francia

di Elio Di Caprio - 22 marzo 2006

Distratti da una campagna elettorale nata stanca, sempre più urlata e scomposta, gli echi di ciò che avviene in Francia, dei fermenti che vi si agitano, ci arrivano lontani e remoti. Come se si trattasse di realtà che non ci riguardano o di periodici malumori ricorrenti, tipici della società francese, destinati prima o poi ad essere riassorbiti dalla routine quotidiana.
Eppure le “antenne” francesi hanno spesso anticipato crisi e conflitti imminenti: ieri i problemi di convivenza con gli immigrati, oggi la protesta sociale che ha come sfondo un’inedita lotta di classe tra le vecchie generazioni garantite e le nuove che rifiutano un futuro di precarietà.
Flessibilità e precarietà del lavoro dipendente sono anche da noi al centro del dibattito politico e sociale in forma finora pacifica e non violenta, forse perché i primi provvedimenti legislativi in materia risalgono all’ex ministro Treu e ad un governo di centro-sinistra. Ma nessuno ci garantisce che nella prossima legislatura, quando si tratterà di riformare o meno la legge Biagi , il conflitto non si riaccenda.
Potremmo trovarci presto anche noi a confrontarci con problemi dirompenti per un’immigrazione crescente e non controllata, viviamo assieme la medesima crisi dell’Europa. In più, a differenza della laicissima Francia, già si insinuano nella nostra società le avvisaglie di improbabili e antistorici conflitti tra laici e cattolici…
I nostri cugini d’oltralpe hanno spesso fatto da battistrada ai cambiamenti storici incipienti di gran parte dei Paesi europei.
Il maggio parigino del’68 ha innescato simbolicamente la contestazione studentesca.
L’estrema destra populista e xenofoba di Le Pen è sorta prima del nostro movimento leghista, la sconfessione francese della costituzione europea è arrivata prima del malessere crescente della gran parte dei cittadini del continente nei confronti delle burocrazie europee che, prima con gli accordi di Maastricht, poi con l’allargamento precipitoso dell’Ue, hanno cercato di accelerare un processo di coesione e integrazione che rischia di fallire.
Forse varrebbe la pena di guardare con più attenzione al termometro della vicina Francia, a quello che si agita nel suo laboratorio politico, per capire di più quello che può succedere da noi.
Come riuscirà il popolo francese a governare gli impulsi contraddittori dei nuovi scenari della modernità? Sarà ancora di esempio all’Europa o non sarà più in grado, in un mondo globalizzato, di inventarsi alcuno schema di convivenza collettiva per le nuove generazioni?
Il Ministro Tremonti, irritato per il veto opposto alla scalata di Enel su Suez, non ha trovato di meglio che accusare i francesi di “produrre più storia di quanto riescono a consumarne”. Si riferiva, in particolare, alla nuova ventata di protezionismo anti italiano che contrasta con i principi di liberalismo economico e di apertura del mercato dei capitali, sbandierati dalla Francia e dall’intera Ue.
Ma non basta la maliziosa ironia di Tremonti a dar conto di una realtà più complessa e articolata. Bisogna dar atto ai francesi di essersi attrezzati prima e meglio di noi, dotandosi nel passaggio dalla quarta alla quinta repubblica, di una nuova costituzione e di un sistema politico ben più vitale e stabile del nostro. E’ un sistema che non a caso non viene contestato nelle piazze, non è mai stato oggetto delle proteste e delle manifestazioni più virulente. Forse ha retto grazie allo “spirito repubblicano” dei francesi, a quella marcia in più che dà un aspetto “nobile” persino a quelle che sembrano impuntature nazionaliste fuori luogo e fuori tempo.
Noi invece, nel passaggio dalla Prima alla cosiddetta Seconda repubblica, ci siamo fatti sfuggire l’occasione di rinnovare le istituzioni, non avendo avuto il coraggio di por mano alla Costituzione per le modifiche necessarie. Ci siamo solo avventurati in modifiche parziali e unilaterali che hanno accresciuto la confusione. Abbiamo prodotto e continuiamo a produrre più cronaca che storia, pensando più al particolare che agli interessi generali – altro che “spirito repubblicano”! – e sottovalutiamo quanto sia importante contare su un sistema costituzionale condiviso al passo coi tempi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario