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La ricetta per una riforma elettorale

La legge che serve all’Italia

Non servono aggiustamenti. Per una buona legge si alleino riformisti e moderati

di Davide Giacalone - 26 febbraio 2007

Per come l’ha messa il Presidente Napolitano al prossimo incidente parlamentare si va dritti a votare. Egli, difatti, ha escluso vi sia la possibilità di un governo di larghe intese perché ha verificato l’indisponibilità dei più. Al tempo stesso, però, ha sottolineato che prima del voto sarà necessario riformare la legge elettorale. E qui lascia la maggioranza parlamentare, con una missione impossibile. Ragioniamo di sistemi elettorali, e sarà chiaro perché non ci sarà una seria riforma. Facciamolo senza ghirigori professorali, ma guardando alla sostanza. Prima, però, non dimentichiamo il messaggio quirinalizio: alla prossima si vota. L’Italia è divenuta ricca e forte nel mentre si votava con un sistema proporzionale, corretto a sfavore delle piccole forze politiche. Ciascun partito si presentava per i fatti propri, prendeva i voti che arrivavano e con quelli andava in Parlamento, a far leggi e governi. Data la libertà di ciascuno, il sistema non ne produceva di granché duraturi, e ce ne lamentavamo tutti. Vista da lontano, però, quell’Italia ci sembra sia stata governata, nell’arco di un cinquantennio, praticamente da quattro tipi di governo. Quindi abbastanza stabile. A quel sistema le forze maggiori, e molte anche delle minori, dicono di non volere tornare. Credo che non si potrebbe e non sarebbe produttivo, quindi chiudiamola qui. C’è un sacco di gente che parla e straparla di sistema francese o di sistema tedesco, quasi fossero intercambiabili. Vi dico perché non si adotterà né l’uno né l’altro. Il sistema francese è un maggioritario uninominale a doppio turno, che funziona in una Repubblica presidenziale, con il Presidente direttamente eletto dal popolo. Non è un dettaglio, perché dal Presidente dipende la politica estera, oltre, naturalmente, la nomina del governo. C’è, oggi, in Italia, una maggioranza che vuol portarci al presidenzialismo? No, quindi il sistema francese è fuori dalle cose. Ma facciamo finta che si possa prendere il sistema elettorale scartando quello istituzionale (che è una bestialità), così, tanto per verificare che neanche quello passerebbe. In Francia si vota in collegi uninominali, dove ciascun partito può presentare i propri candidati. Se un candidato prende la maggioranza assoluta dei voti è direttamente eletto, altrimenti si va al secondo turno, cui accedono i due più votati. Il meccanismo funziona per potere falciare le ali estreme. Figuratevi come sarebbero contente le nostre, che siedono al governo e sfilano in piazza. Quando, a causa del crollo socialista, capitò che un estremista (Le Pen) sia giunto al ballottaggio presidenziale i francesi votarono in massa dall’altra parte. Funziona così, e non vedo come possano volerlo quelli che ne sarebbero gli agnelli sacrificali. La Germania ha, invece, un sistema elettorale proporzionale, con un complicato meccanismo di preferenze che serve a scegliere i candidati più centristi. In ogni caso la faccenda funziona perché tutti possono presentarsi alle elezioni, ma chi non prende almeno il cinque per cento, su base nazionale, è fuori dal gioco. Guardate la consistenza dei partiti politici italiani, che grazie ad un maggioritario bislacco sono giunti a più di venti, e vi accorgerete che moltissimi dei più garruli semplicemente sarebbero cancellati. Siccome, però, ciascuno di loro, anzi, come Follini ha dimostrato (certificando il contrario di quel che sostiene), visto che anche un solo senatore può essere vitale per tenere in piedi il governo, sembra a voi possibile che la stessa maggioranza vari una legge che stermini tutti quei simpaticoni che ruzzano al piccolo politico? Ovvio che no. E così ci siamo giocati anche il sistema tedesco. Alle questioni tecniche si accompagni una considerazione politica. I socialdemocratici tedeschi avrebbero potuto vincere le ultime elezioni, come matematicamente si è dimostrato, se solo il cancelliere uscente avesse fatto l’alleanza con il partito alla sua sinistra. Ma egli rifiutò, perché disse che con quelli si sarebbe vinto, ma poi sarebbe stato impossibile governare. Vi pare che Prodi possa fare un ragionamento solo lontanamente simile? E, in fondo, non è così che funziona anche dall’altra parte? A questo punto quelli che hanno studiato cominciano a citare i sistemi austriaco o neozelandese, mentre quelli che la scuola l’hanno frequentata per strada dicono: datemi qualsiasi sistema, fatemelo correggere e tutto resterà come prima. I primi sono culturalmente esotici, i secondi pragmaticamente conservatori del caos. Politicamente inutili a pari merito. Leggo che l’Udc sarebbe grandemente favorevole al sistema tedesco, ma se si arriverà al dunque si chiederà di abbassare lo sbarramento dei cinque per cento. Il prodotto sarà una cosa del tutto diversa. Allora, per tornare a Napolitano: un legge elettorale seria può farla solo una coalizione dove le forze maggiori si liberano del ricatto delle minori e si alleano per quella riforma, tornando poi a sfidarsi nelle urne. Ma questo Napolitano ha accertato che non si può fare. Se si resta all’interno delle coalizioni esistenti, invece, di riforme serie non se ne fanno, ma solo aggiustamenti di comodo. Infine, se mi permettete, la maggioranza di sinistra è solidissima alla Camera solo grazie alla nuova legge elettorale votata dal centro destra, mentre traballa e cade al Senato perché lì hanno preso meno voti degli avversari (e non c’è sistema, democratico, che sovverta i risultati), e perché il premio di maggioranza è assegnato, per volontà di sinistra e Quirinale, in modo diverso. L’attuale legge elettorale è disdicevole, concordo, ma è anche l’unica con la quale questa sinistra ha potuto vincere. Un po’ di gratitudine, che diamine.

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