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Eppure Berlusconi opta per un atto bipartisan

La guida contromano dell’opposizione

Sulle concessioni statali ad Autostrade, il governo ombra critica il “blitz” dell'esecutivo

di Enrico Cisnetto - 03 giugno 2008

In autostrada il “governo ombra” guida contromano. Attaccando il rinnovo delle concessioni statali ad Autostrade, l’opposizione ha scelto il peggiore dei modi per dare segni di vita ed esercitare il suo fisiologico ruolo di critica. Infatti, il decreto legge del governo che regolarizza i nuovi rapporti di concessione, approvato dalla Camera – dove è stato contestato come se fosse un “regalo ai Benetton” – è in realtà la copia carbone di un identico provvedimento che l’ex premier Prodi non ha avuto il tempo di firmare. E rappresenta la sanatoria di una vicenda, non a caso oggetto di sempre più stringenti richiami dell’Unione Europea, esemplare di quella tendenza nazionale a sommare il massimo di ingerenza pubblica nei meccanismi di mercato con il minimo di capacità della politica di esercitare le sue funzioni di indirizzo strategico. Vicenda che merita di essere ricostruita, se non altro per evitare che si ripeta lo stesso errore in Senato, la prossima settimana.

Siamo nel 2006: con il chiaro intento di bloccare la fusione tra Autostrade e Abertis, l’allora ministro Di Pietro modifica la legge che regola le concessioni pubbliche, strappando di fatto tutti i contratti vigenti tra le società del settore e lo Stato. Immediate conseguenze: fuga degli spagnoli, e clamorosa bacchettata da parte della Ue, che avvia una procedura di infrazione contro l’Italia per violazione della libera circolazione dei capitali e della libertà di stabilimento. Dopo molte polemiche, anche interne al governo (ministro Bonino in testa), nell’ottobre del 2007 Anas e Autostrade firmano un nuovo accordo, sotto l’egida e con la benedizione di Prodi e Di Pietro. Quel contratto è più trasparente e moderno di quello precedente, perchè prevede che lo Stato abbia più poteri sanzionatori e di controllo, che Autostrade investa 7 miliardi di euro in più nella rete e che le tariffe – come accade in tutti i paesi più avanzati – vengano agganciate all’inflazione.

Tutti felici, Prodi si attiva in prima persona a trasmettere l’atto a Bruxelles e s’impegna a superare tutti gli impicci burocratici (beneplacito Cipe, Nars, Ragioneria dello Stato, ecc.) perché la nuova convenzione venga firmata. Solo che, invece, il provvedimento si arena nelle maglie strette dei pareri tecnici e dei veti incrociati: al voto del Cipe non arriva neppure, mentre la Ue ci fa pervenire altri due perentori richiami al rispetto degli impegni assunti. In occasione dell’ultimo, nel marzo di quest’anno, Prodi annuncia un decreto legge, salvo poi non avere il tempo, la forza o la voglia di farlo. Cosa che ci costa il quarto “cartellino giallo” di Bruxelles, solo pochi giorni fa. La missiva finisce sulla scrivania di Berlusconi, che a questo punto ha solo due possibilità: mettere velocemente all’ordine del giorno lo stesso decreto che Prodi non ha firmato, oppure cancellare il famigerato “articolo 12” versione Di Pietro, eccependo che non si approvano contratti per legge. Ma capendo che non è normale quel paese in cui si rimette in discussione un contratto negoziato e approvato dalle parti, una delle quali è lo Stato, il Cavaliere sceglie saggiamente la prima strada. Con un atto che più bipartisan non si può. Cui l’opposizione replica parlando di “blitz”. Forse, prima di rimettersi alla guida per il prossimo passaggio del decreto al Senato, il “governo ombra” dovrebbe fare la prova del palloncino.

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