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Armi chimiche di passaggio

La guerra demagogica di Gioia Tauro

Le minacce di "guerra civile” disinformano e ledono interessi e immagine del nostro Paese

di Umberto Malusà - 17 gennaio 2014

La polemica sul porto italiano, in cui anche e soprattutto i sindaci del luogo hanno preso posizioni forti contro questa decisione, ci inducono riflessioni approfondite e amare...

Sarebbe facile additare le polemiche sul transito nel porto di Gioia Tauro delle armi chimiche siriane destinate alla distruzione come ennesimo esempio dell’incapacità dell’Italia di affrontare ed adempiere i compiti derivanti dal suo ruolo di Paese occidentale, membro di un’alleanza ed impegnato su molti fronti per difendere equilibri e valori della nostra civiltà.

Se per gli impegni delle nostre truppe lontano da casa i cultori del “polemicismo” si risvegliano solo in occasione di qualche disgrazia, quando arriviamo vicino si scatena la voglia di protagonismo negativo (ricordiamo per la cronaca i caccia F35, la costruzione dei sitemi radar a Niscemi etc ), caratterizzato da scarsa conoscenza dell’argomento e strumentali posizioni di contrapposizione.

Ma la polemica di ieri sul porto italiano, in cui anche e soprattutto i sindaci del luogo hanno preso posizioni forti contro questa decisione, ci inducono riflessioni più approfondite. In primo luogo il rapporto negativo con le Istituzioni centrali e la non fiducia nei confronti della capacità di garantire la non pericolosità dell’operazione. Non importano i significati politici internazionali dell’evento, le loro ricadute, nulla si capisce dell’aspetto tecnico dell’operazione, basta che non avvenga nel nostro cortile… E’ qualcosa di più di una semplice difesa del ruolo, è un modo di respingere responsabilità in ogni sede, contesto, situazione oltre che un uso strumentale di argomenti sensibili alla ricerca di facile consenso. Lo si evince dai toni, dalle parole e dagli aggettivi usati, purtroppo enfatizzati dal sistema mediatico le cui tendenze all’esagerazione non aiutano.

Abbiamo sentito un sindaco parlare di “ guerra civile”, di chiusura del porto ed un giornale titola in prima oggi “Salvi i porti sardi “, ma da che cosa? E’ chiaro che se si alzano i toni in questo modo non si informa né si tutela il proprio territorio: si fa demagogia ma soprattutto si ledono gli interessi e l’immagine del nostro Paese. Stupisce infine che invece non si chiariscano meglio le modalità di smaltimento, ieri si leggeva di operazioni in mare (Mediterraneo) ma anche di lavorazioni in Germania?!? Ma certo! Sono sufficientemente lontane dai nostri cortili.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario