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Il portafoglio di Alekos

La Grecia è l'Europa

L’Unione europea non sopravviverà all’euro. Senza l’Unione ciascuno dei Paesi europei è un sughero in preda alle onde e alla corrente

di Davide Giacalone - 22 maggio 2012

L’Unione europea non sopravviverà all’euro. Senza l’Unione ciascuno dei Paesi europei è un sughero in preda alle onde e alla corrente. Furono potenti e colonialisti, gli europei, furono il cuore della storia mondiale, giungendo fino a dividersela, ma oggi son sugheri: possono fluttuare, magari star sulla cresta, o sprofondare, ma da oggetti, non da soggetti. Governi e saggi commentatori inducono a credere che il tracollo della Grecia sia un problema dei greci, ma è pura illusione. Vediamo quel che succederebbe nel portafoglio di zio Alekos, e capiamone il riflesso in quello della sora Giovannella. I greci hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, come, ma più, degli altri europei. Siamo talmente convinti che i nostri privilegi siano diritti da protestare quando qualcuno ne mette in dubbio la ragionevolezza. Solo che la globalizzazione ha presentato il conto. Ebbene, invece di svalutare la moneta s’è deciso, o, meglio, tedeschi e francesi hanno deciso, in modo illegittimo e senza rispetto alcuno per le pur eteree istituzioni europee, di svalutare i cittadini abitanti laddove la speculazione s’accaniva, Grecia in primis. E passi: noi dicevamo che era una scelta stolta, ma se avesse funzionato … Non è servita a niente, come scrivevamo. Allora si prospetta ai greci la possibilità di togliersi dalle scatole. Così si evita il contagio. Idea pessima. I greci che possono, che conoscono il mondo, già se ne sono andati o se ne vanno. Non è necessario che traslochino fisicamente, possono pur restare nei porti del Pireo, intanto cambiano cittadinanza e valuta ai loro soldi. Quindi saranno fregati i poveri? Già fatto, se è per questo, ma ci sono due opzioni finanziarie per i poveri, capaci di metterli al riparo del peggio: il materasso e il mattone. Funziona così: so di avere in mano e in banca dei risparmi contabilizzati in euro, ma so anche che forse torna la dracma, che varrà molto meno (altrimenti che torna a fare?!), allora prelevo i miei soldi, li nascondo in casa, attendo l’evento e li cambio successivamente, quando conviene, l’unica cosa che non faccio, insomma, è lasciarli dove sono e accettare il cambio iniziale, automatico, che sarà da rapina. Zio Alekos non sarà un mago della finanza, ma se non è scemo prova a difendersi. E la sora Giovannella? Gli italiani che possono, che conoscono il mondo, già fanno compagnia ai greci nella stessa condizione: portano altrove i loro soldi. Messe così le cose, e con il vuoto politico che c’è dietro l’euro, sarà pur vero che il costo del debito pubblico tedesco tende a zero, mentre quello di altri è già tende al cielo, ma il valore di cambio dell’euro scende, quindi vale la pena tenere i soldi in valuta diversa. Solo che se lo fai in modo trasparente, usando la banca, il fisco ti massacra, quindi sei spinto o a emigrare o a ritirare i soldi, perché vedi sia il rischio dell’uscita dall’euro, come zio Alekos, sia la possibilità che la banca crolli, perché il mercato non le dà più soldi. Morale: tutti guardano alla sorte della moneta, ma mentre si distraggono per assistere a questo appuntamento con la storia cresce, sotto le loro chiappe, un epocale fallimento del sistema bancario. La sora Giovannella, pertanto, valuterà con attenzione il ricorso a quei due modernissimi strumenti cui già s’è rivolto il povero greco: il mattone e il materasso. Fine della storia, fine delle banche, fine dell’euro, fine dell’Europa. Siccome la cosa pare un filino mostruosa, ecco che i governanti dicono: a. ci vuole la crescita; b. la Grecia deve restare nell’euro. Il vecchio Catalano (il trombettista della banda Arbore) non saprebbe dire meglio. Ma come? Le due cose si ottengono con la medesima politica: integrazione europea e federalizzazione. Sul fronte della crescita per liberare risorse, portare credito al mercato e mettere in equilibrio le bilance dei pagamenti. Sul fronte della moneta per federalizzare il debito, offrendo copertura illimitata. In cambio, ovviamente, le classi politiche responsabili vanno a casa e l’autonomia di ciascun Paese ne esce limitata. In ulteriore cambio, serve democrazia europea. L’avessimo fatto due anni fa ci sarebbe costato infinitamente meno. Farlo oggi ci costerebbe infinitamente meno di domani. Non farlo significa riaprire il capitolo dei nazionalismi e delle guerre europee. Quando vedo Pd e Pdl che si litigano il primato del rigore e biascicano a vuoto di crescita, quando vedo che si complimentano per l’apprezzamento dei tedeschi, mi vien fatto di pensare che in politica è bene ci stiano le persone oneste, ma prima di tutto è bene se ne vadano gli incapaci.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario