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Italia e Germania a confronto

La grande coalizione che funziona

A Berlino un governo ancora non c'è, ma è come se già ci fosse. A Roma un governo c'è, ma è come se non ci fosse.

di Enrico Cisnetto - 28 ottobre 2013

Come mai la Germania non ha ancora un governo nonostante che i tedeschi siano andati alle urne il 22 settembre, oltre un mese fa? E perché nessuno si sta strappando le vesti, accusando i politici di essersi italianizzati? E ancora, perché a nessuno è passato per la testa di considerare la signora Merkel che ha partecipato in queste ore al vertice europeo come un leader dimezzato? No, per loro fortuna, Berlino non è Roma. Il nuovo esecutivo non c’è ancora perché stanno facendo un lavoro serio di preparazione della nuova maggioranza di grosse koalition: Cdu-Csu e Spd si sono chiusi in una stanza e stanno negoziando non solo l’agenda del governo, ma ogni singolo provvedimento che dovranno prendere insieme. Anzi, si dice che in taluni casi stiano addirittura predisponendo gli articolati di legge. Così, giusto per non ritrovarsi a litigare dopo. E lo fanno senza l’angoscia della fretta, tanto che si pronostica non prima di Natale il varo dell’esecutivo.

Certo, si sa che cancelliere sarà ancora Angela Merkel, ma le nuove larghe intese che si vanno componendo vanno ben oltre i nomi, nascono attorno a un programma di sviluppo che somma l’esigenza democristiana di continuare a tagliare la spesa pubblica che non funziona con quella socialdemocratica di spendere di più per il sostegno ai salari, anche introducendo quello minimo. La formula politica è vincente: usare il ritorno dell’Spd per porre rimedio agli scompensi indotti dalle (giuste) riforme che Cdu-Csu fecero (tra l’altro in continuità con il precedente governo di grande coalizione e ancor prima con quello guidato da Gerhard Schroeder). I termini dello scambio sono già delineati: i socialdemocratici concederebbero alla Merkel la rinuncia sia all’introduzione degli eurobonds sia a concessioni verso i paesi in crisi dell’eurozona (Francia di Hollande compresa), lasciandole viceversa mano libera nel proporre i cosiddetti “contractual arrangements”, cioè modifiche da apportare ai trattati europei che aggiungono vincoli ancora più stringenti ai parametri in vigore. Tutto questo a fronte di una politica economico e sociale interna che l’Spd vuole di segno esattamente opposto. La logica è semplice: fare insieme ciò che è stato e sarebbe difficile ed elettoralmente scomodo fare separatamente.

Probabilmente ciò che ne scaturirà, se le premesse saranno confermate, a noi non potrà piacere, perché finirà con l’aumentare il distacco tra gli interessi tedeschi e quelli dei paesi dell’Europa meridionale, creando una frattura nell’eurozona che potrebbe portare o a due euro diversi o al ritorno a ciascuna delle vecchie monete nazionali. Io stesso avevo auspicato, prima delle elezioni, che il risultato fosse tale da rendere inevitabile l’intesa tra i due maggiori partiti tedeschi, nella speranza che l’Spd, pur lontano parente del partito che fu di Brandt, Schmidt e dello stesso Schroeder, fosse in grado di pretendere se non un cambio di paradigma, almeno un ammorbidimento delle posizioni oltranziste della Merkel. Constatare, amaramente, che si rischia di andare in direzione opposta, non mi fa però cambiare giudizio sulla capacità dei tedeschi di fare le cose seriamente, specie se uso come pietra di paragone l’Italia. Infatti, a Berlino il governo non c’è ma è come se già ci fosse. A Roma, invece, il governo c’è, ma a furia di temporeggiare di fronte ai problemi, sembra non esserci. (twitter @ecisnetto)

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