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La faccenda brasiliana e i mali italinani

La grande beffa Brasil Telecom

Al Paese dei furbetti e di beoti risponde una giustizia dai ritmi bradipi

di Davide Giacalone - 23 luglio 2007

In Brasile si sono massacrate sia la Telecom che la credibilità del nostro mercato. Lasciate perdere le notizie che la stampa ha copiato dai comunicati ufficiali e non credete che Telecom Italia, vendendo la propria quota in Brasil Telecom, abbia guadagnato 195 milioni di euro. Ne è uscita con le ossa a pezzi. In quei conti malfatti manca il prezzo di una lunga e sbagliatissima guerra, mancano le deviazioni spionistiche, manca il ricordo che se i valori assoluti sono cambiati, in dieci anni, lo si deve ad una gestione che la nostra Telecom ha sempre avversato.

All’epoca delle privatizzazioni brasiliane si fece un buon affare, poi distrutto da gestioni dissennate che hanno portato ad una fuga cieca, per evitare le altrimenti sicure condanne. Il trionfalismo, pertanto, va bene per i beoti ed i giocatori delle tre carte, ma non ha nulla a che vedere con la realtà. Fossero solo affari di Telecom Italia, li avremmo seguiti con minore partecipazione ed interesse.

Il guaio è che in quell’avventura s’è bruciata anche l’affidabilità del sistema Italia. Nessuno mi ha querelato per le cose che ho, anche nel dettaglio, raccontato. Erano vere. E se lo erano ne deriva che i risparmiatori sono stati raggirati, al mercato sono state raccontate frottole, le autorità di controllo e garanzia non hanno né controllato né garantito. E’ stata poi la magistratura penale ad aprire un’inchiesta, ma, ad oggi, sono i familiari di un morto a pagare annunci per chiedere la verità, il resto procede con i ritmi bradipi della giustizia italiana. Telecom infine, è persa. Sarà interamente degli spagnoli, con le banche che fanno da accompagnatrici, o, peggio ancora, gli iberici si stancheranno di pagare a caro prezzo quel che ogni giorno perde valore, senza riuscire a trovare un guida capace, e volteranno le spalle.

Ancora una volta, quindi, si dimostra che un sistema privo di anticorpi e di giustizia arretra, impoverendo aziende, risparmiatori e lavoratori. Godono solo i furbi, capaci di guadagnare mentre quel che amministrano perde. La faccenda brasiliana mi sembrò esemplificatrice dei mali nazionali, e per questo la raccontai. Fa cadere le braccia, però, un Paese che festeggia la sconfitta e si lamenta della malagiustizia solo se riguarda chi ne è responsabile: legislatori e governanti.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario