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Le (giuste?) riserve del Capo dello Stato sulle riforme

La governabilità oltre Berlusconi

Ma con la retorica del “patriottismo costituzionale” non si faranno mai passi avanti

di Elio Di Caprio - 24 aprile 2009

La Costituzione non è un residuato bellico, come dice il Presidente Napoletano, che poi apre ad una rinnovata stagione costituente per la riscrittura condivisa della seconda parte della stessa Costituzione, esigenza sempre sentita da tutti come impellente (a parole) e sempre rimandata a tempi migliori. Usciremo finalmente questa volta dalla retorica del “patriottismo costituzionale” per affrontare seriamente il problema e con chi e con quali mezzi? Magari profittando della “stabilità” di una maggioranza trionfante e di una sinistra messa nell’angolo dalle urne?

La sovranità appartiene al popolo e nessuno ha mai messo in dubbio o in gioco un principio così democratico. Ma ciò non basta evidentemente se poi non ci sono regole di governabilità complessive che tengano conto e si adattino al mutare dei tempi.

Sono queste regole ad essere drammaticamente mancate o comunque ad essere ancora insufficienti per non parlare di una prassi politica che finora ha fatto volentieri a meno di ogni cultura costituzionale se per questa si intende un serio e organizzato bilanciamento dei poteri dello Stato tra Esecutivo, Legislativo e Giudiziario.

Le contingenze storiche hanno inciso più del necessario sulla normalità democratica del nostro Paese che pure ha avuto il coraggio di ricominciare da capo nel 1946 con il suffragio universale esteso a tutti ed una Costituzione di nobili principi che ha recepito in gran parte norme simili a tutte le democrazie occidentali. Ma il problema del funzionamento delle nostre istituzioni c’è - lo dice con tutte le sue riserve anche Napolitano- non è un’invenzione, non è risolvibile più con modifiche parziali che pure sono state tante, alcune delle quali ( vedi la riforma del titolo V della Costituzione) hanno reso ancora più incoerente il quadro complessivo.

Abbiamo visto che il principio della pluralità dei partiti che il nostro Capo dello Stato indica a ragione come uno dei fondamentali requisiti costituzionali e democratici non è stato di per sé sufficiente ad assicurare un vero ricambio ed un’alternanza nei primi 50 anni della repubblica : con l’esclusione di quasi metà dell’elettorato dal concorso effettivo al governo del Paese, sia pure per le costrizioni di politica internazionale dei due blocchi, occidentale e sovietico, non si può dire certo che il pluralismo dei partiti abbia all’epoca comportato un ineccepibile risultato democratico.

Così come il pluralismo dei partiti è degenerato, solo due anni fa, in una frammentazione di 30 formazioni diverse ai tempi dell’ultimo governo Prodi, determinando come reazione una supersemplificazione che ha sbilanciato in maniera eccessiva i rapporti tra maggioranza ed opposizione. Né abbiamo mai sentito alcun Capo dello Stato nello scorso decennio o quindicennio opporsi o protestare, magari con un messaggio alle Camere, per l’indicazione sulla scheda elettorale del nome del leader da eleggere quasi avessimo deciso di marciare verso una Repubblica Presidenziale, ma senza aver provveduto prima ad una revisione di tutto l’impianto costituzionale con nuovi poteri di controllo e di bilanciamento.

Adesso è il Cavaliere a potersi valere di questo super-potere democratico derivato dall’elezione popolare, la sua investitura è più diretta di quella dello stesso Capo dello Stato. Ma poteva essere vincente, con largo seguito elettorale, anche un esponente del centro sinistra con analoghe conseguenze.

Certo il super potere del Cavaliere ora appare eccessivo e anche esteticamente poco digeribile, Palazzo Grazioli (non da ora) sembra più importante di palazzo Chigi, c’è un sentore di satrapia o sultanato per un Capo del governo proprietario o controllore dell’intero sistema televisivo che può scegliere a suo piacimento la corte dei suoi collaboratori promuovendo le “facce nuove” di veline e starlette ora candidate al Parlamento europeo. Ma poi chi ha qualcosa da ridire se il Cavaliere, con tutti questi limiti, riesce a togliere le immondizie da Napoli o ad accorciare i tempi di ricostruzione dopo il terremoto dell’Aquila?

L’efficacia dell’azione di governo è nell’interesse dei cittadini al di là dell’anatema lanciato da Giorgio Napoletano sull’eccessiva e interessata insistenza sul tema dell’ingovernabilità da parte di chi (lo stesso Berlusconi?) può sempre nutrire mire autoritarie.

E’ proprio la mancata riforma del sistema costituzionale, con nuovi pesi e contrappesi, ad aver reso possibile l’exploit senza controllo del Cavaliere. Lo sanno destra e sinistra (o quel che appare come tale) che hanno fatto finora una gara demagogica a promettere cambiamenti che non sono in grado di portare avanti.



L’abolizione delle province, un tema cavalcato da Veltroni e Berlusconi nelle loro promesse elettorali, si sta allontanando sempre più. Si voterà per le province alle imminenti elezioni di giugno come se niente fosse ed anzi ora scopriamo che le province sono sempre vive e importanti.

A dimostrazione di quanto siano indispensabili, l’associazione delle più di cento province italiane si è subito precipitata nell’Aquila devastata dal terremoto per garantire che ogni singola provincia si assumerà ciascuna la garanzia di finanziare e curare la ricostruzione di un immobile pubblico distrutto.

Non c’è che dire: le province resteranno almeno fino a ricostruzione ultimata… Con tali premesse possiamo mai sperare che si riduca il numero dei parlamentari e finalmente vada in porto la riforma di Camera e Senato che così come sono, con compiti uguali, sono più che un residuato bellico un residuato prebellico?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario