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Crisi economica

La gazzella e il leone

In un certo senso il terremoto è una metafora.

di Davide Giacalone - 05 giugno 2012

La crisi angoscia il ministro Corrado Passera, che essendo responsabile dello sviluppo economico non si rassegna, giustamente, ad esserne il certificatore del regresso. Dice di alzarsi la mattina chiedendosi cosa si debba e possa fare, ma non si ha notizia delle risposte che trova, entro l’ora in cui va a coricarsi. Il fatto è che ci sono tante cose buone e giuste, che si potrebbero fare e non si fanno, ma prima di tutto si deve essere capaci di capire la situazione nella quale ci si trova. In un certo senso il terremoto è una metafora. L’Italia è un Paese forte e ricco, la terza potenza economica e industriale di un’area, quella europea, che è la più ricca e forte del pianeta. Per molti aspetti i nostri piagnistei collettivi sono ridicoli. Come quelli del latifondista, depresso perché gli hanno portato via una cascina periferica, e se ne lamenta con il mendicante. O come colui il quale si rivolge affranto all’amico morente, dicendo: la fidanzata mi ha lasciato. E chi se ne frega. Ma se la perdita di una frazione infima dei propri beni è intesa come inizio della fine, se la fuga di una (saggia e previdente) fanciulla è intesa come condanna all’onanismo, ecco che quei due scemi hanno ragione di sentirsi persi, finiti. Noi somigliamo loro. Il governatore della Banca d’Italia ha, non per primo, ma autorevolmente, ricordato che la condizione economica dell’Unione europea sarebbe florida e fortissima, se solo fosse veramente un’unione. Noi italiani abbiamo un debito pubblico troppo alto, ma non solo abbiamo un patrimonio pubblico che lo copre, non solo abbiamo patrimoni privati di gran lunga superiori al debito e più alti di quelli medi degli altri Paesi ricchi, ma il nostro debito complessivo, che somma quello pubblico a quello delle famiglie e delle imprese, è inferiore a quello di altri, è più o meno pari a quello tedesco, anche se calcolato rispetto al prodotto interno lordo, quindi usando il rapporto a noi più sfavorevole. La ragione per cui si chiamano al governo non dei ragionieri, ma gente che disponga di una visione d’insieme e abbia idee da spendere per il futuro, consiste proprio in questo: fare in modo che i punti di forza siano sfruttati, anche quando ci si trova in difficoltà. Qui non si tratta di mettere gli occhiali con le lenti rosa, ma nemmeno la retorica della crisi deve accecarci al punto di negare quel che siamo. Il nostro sistema produttivo risente di arretratezze strutturali, ma è forte. Non ha alcun senso che i governanti stilino e ristilino il lungo elenco delle cose che si dovrebbero fare, in modo da lasciarle in eredità esattamente come le trovarono. Si tratta di scegliere, di individuare le priorità. Che oggi sono: a. riprendere l’iniziativa europea, imporre il ritorno alle sedi collegiali e rompere il maleficio di un’austerità cui ci siamo piegati per assai mal riposto senso di colpa; b. avviare la vendita di una fetta consistente del patrimonio pubblico, creando un veicolo che ne consenta la veloce monetizzazione e destinandola per due terzi all’abbattimento del debito pubblico e per un terzo alla diminuzione delle tasse; c. varare subito le riforme di cui tutti sanno con esattezza cosa e come si devono fare, salvo ciascuno bloccarsi per le resistenze corporative, che spesso sfociano in minacce. Un esempio? La giustizia: l’Italia non può permettersi di dipendere dalle toghe, che siano quelle dei magistrati o degli avvocati, basta, tanto più che, in questi anni, hanno prodotto tutto tranne che giustizia. Al governo non può chiedersi la riforma dello Stato, pure necessaria. Quella è materia che spetta al Parlamento. Si può e si deve farla, chi lo impedirà trascinerà se stesso e gli altri nel pozzo nero di una democrazia in preda a convulsioni inconcludenti. E’ compito del governo, specie di un governo chiamato all’emergenza, avere visione, stabilire le priorità e agire con immediatezza. La metafora del terremoto è proprio questa: un popolo generoso, pronto a darsi da fare, anziché essere incoraggiato con le defiscalizzazioni e con lo sprone a costruire per un più forte modello di sviluppo viene umiliato con la tassazione (e voglio vedere come si farà a distinguere i due centesimi destinati ai terremotati), quindi con la coartazione, a sua volta dimensionata più sull’elemosina che sulla riscossa. Per forza che poi ci si sveglia preoccupati e con la testa pesante. Non so se al governo conoscono la storiella della gazzella e del leone, e ho anche paura a ricordarla. Perché non basta correre, si dovrebbe anche sapere in che direzione.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario