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Rissa alla Camera

La gazzarra ortottera

Disdicevoli le proteste grilline, ma il contentino dell'Imu non può coprire il disastro su Bankitalia

di Davide Giacalone - 31 gennaio 2014

Sembrava il Parlamento ucraino, o quello indonesiano. Lo scrive il Corriere della Sera. Quello che non ha scritto e descritto il merito del decreto legge su cui s’è scatenata la buriana. Lo stesso che continua a parlare di Imu, come se fosse quella la cosa importante, come se non fosse uno specchietto per allodole allocche. In due mesi la stampa blasonata, quella che dispone delle più alte coscienze vibranti, non ne ha trovata una in grado di avvertire un senso di pericolo, o, almeno, di fastidio, per quel che si stava facendo della Banca d’Italia. Pierluigi Battista ha ragione, descrivendo un Parlamento chiassoso. Ma il comportamento del sistema dell’informazione è stato di stampo nord-coreano.

Ora il vaso è rotto. Non restano nostri neanche i cocci, perché vanno in regalo ad alcune banche. Non giungerò alla volgarità d’osservare che sono le medesime presenti nella proprietà di troppi giornali, talora direttamente e talaltra indirettamente, mi limiterò a dirlo in volgare: questa volta il conflitto d’interessi ha travolto la credibilità dell’informazione. Ma questo genere di conflitti, come si sa, sono viziosi in qualche caso, per divenire virtuosi in altri.

Noi avvertimmo dei pericoli fin dall’inizio, fin da novembre. Ci siamo trovati talmente soli (qualche, poca, compagnia l’abbiamo trovata solo nel tratto finale) che misi in guardia il lettore: può anche darsi che io stia sbagliando tutto. Ma nessuno ha mai risposto a una sola delle nostre obiezioni. In compenso si continuava a ripetere la superba bischerata che il naufragio del decreto avrebbe portato gli italiani a dovere pagare l’Imu, concetto che è in sé un’offesa alla scolarità di base, oppure si sono prese alcune delle affermazioni più scalmanate, trovando comodo interloquire con quelle. L’Italia, troppo, spesso, è senza memoria. Se di questa faccenda ne conserverà una anche blanda, nel giro di qualche tempo più d’uno dovrà vergognarsi.

Oramai il guaio è fatto. Che succede, adesso? Due sono i casi migliori: a. finiamo sotto accusa per violazione dei trattati europei e per avere usato un parere della Banca centrale europea come carta da macero; b. la Banca d’Italia, con i soldi della collettività, ricomprerà sé stessa. Queste sono le possibilità positive. Quelle negative non ho cuore d’illustrarle, avendolo già fatto.

E la gazzarra parlamentare? Disdicevole, folkloristica, con gli ortotteri che hanno reso facile il compito di chi deride, ma non legge. E non è indonesiamo (chiedo scusa all’Indonesia) un decreto legge che copre l’elefante di Bankitalia con la cimice dell’Imu? Dove son finiti gli alti moniti quirinaleschi, sull’omogeneità dei decreti? E non è ucraino (chiedo scusa all’Ucraina) la spettacolo di una Camera dei deputati in cui la maggioranza è tale solo grazie a un premio preso con il contributo determinante di un gruppo parlamentare che ha votato contro? (Nelle cui fila è eletta la presidente della Camera, che per la prima volta nella storia cala la mannaia sul dibattito, coperta da un sistema dell’informazione che vuol far passare l’ostruzionismo manco fosse terrorismo, laddove è una delle nobili pratiche nei parlamenti democratici). Ma vien facile deridere la sommossa nell’emiciclo. Del resto, è l’erma bifronte, che ride per una faccia del pianto dell’altra (Pirandello).

Ai cultori dello stile britannico suggerisco di frequentarlo. Ci son meno vocii, ma le parole che volano qui porterebbero a denunce. A quelli che credono solo il nostro Parlamento sia influenzato da lobbies suggerisco lo studio dei dibattiti su leggi di spesa e bilancio pubblico, negli Stati Uniti. La democrazia non consiste nel parlarsi con la boccuccia a culo, ma nel farlo con chiarezza e in modo che gli elettori sappiano chi ha sostenuto cosa. Ecco, per dirla piatta, nella conversione di questo decreto i lobbizzati sono quelli che hanno taciuto al punto che neanche hanno fatto le dichiarazioni di voto, tanta era la fregola di chiudere il servizio.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario