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IL nuovo pdl: ci mancava proprio un partito del presidente?

La fusione a tappe forzate tra FI e AN

Oltre la politica spettacolo è meglio cominciare a ridurre i parlamentari

di Elio Di Caprio - 16 marzo 2009

Non è come nel PD, anche se l’operazione di rassemblaggio a destra assomiglia a quanto successo nel centro sinistra più di un anno fa. Anche qui sono i vertici antiveggenti dei partiti ad aver deciso prima della base- di militanti o di elettori non importa - e poi tutti si sono adeguati al nuovo corso. Ma Silvio Berlusconi non il è Walter Veltroni che colleziona sconfitte, dimessosi per una svolta che non ha funzionato. La fusione in programma, quella di AN con Forza Italia, è ben altra cosa, è sì ancora una scommessa, ma in parte si riconduce ad un filo conduttore tipico ( o atipico?) della complessa storia italiana, Come ha sempre riconosciuto Massimo D’Alema, il centro destra dai tempi della DC è sempre stato prevalente nell’ orientamento generale dell’elettorato.

Si è detto con una punta di malizioso sarcasmo che è stato Veltroni a fondare il PDL, avendo dato il destro al Cavaliere di chiamare a raccolta da un predellino tutta la non sinistra per compattarsi contro il PD, il potente (?) nemico comune. Ma si è anche detto che non guasterebbe che a capo del PD, nell’assenza drammatica di leaders, venisse eletto Gianfranco Fini : è abbastanza laico e antifascista per capeggiare una sinistra moderna. Se la politica è spettacolo, che lo sia fino alla fine!...

Anche Fini andrebbe bene per la sinistra se il nemico da battere è il Belusconi di sempre, diventato ora più autoritario che mai per spinta e consenso popolari, Già si scomodano le vecchie analisi di Palmiro Togliatti che parlava di partiti autoritari con consenso di massa a proposito del fascismo e avrebbe detto lo stesso per il berlusconismo. Un fiume carsico che riappare quello della tentazione popolar- autoritaria? Ma si dimentica che per Togliatti il successo di un regime reazionario di massa, come egli definiva il fascismo, era così sorprendente ed eccentrico rispetto alla dottrina marxista da indurlo negli anni ’30 a fare un appello di solidarietà ai “fratelli in camicia nera”.

Misteri della storia italiana se si pensa a quanto i miti ideologici abbiano condizionato e sviato sull’interpretazione degli stessi fenomeni politici per tutto il secolo scorso, compreso il ’68 e oltre fino ad arrivare appunto al berlusconismo. Viviamo in un’epoca incerta e di smarrimento simile a quella susseguente alla Grande Depressione degli anni ’30 e sono automatici i paragoni storici con ciò che avvenne allora : negli USA il presidente Rossvelt fu accusato di comportarsi da socialista per aver dato via a un’enorme mole di investimenti pubblici con lo Stato che interveniva nell’economia per limitare i danni prodotti dal mercato.

Fu imitato e ammirato per quanto riguarda la piccola Italia di allora, più agricola che industriale, dal “reazionario” Benito Mussolini che – ce lo ricorda l’ultimo saggio di Mimmo Franzinelli su Beneduce- dette inizio a quell’economia mista con intervento statale su banche e imprese che ha fatto dire a qualcuno che l’Italia del dopoguerra risultava come lo Stato più socialista dell’Europa, ma senza pianificazione. Poi arrivò la DC (filo bianco o filo nero?) che ampliò ancora di più l’intervento statale nell’economia, infeudandolo però agli interessi dei partiti al potere. Per non dimenticare l’elogio negli anni ‘80 delle partecipazioni statali da parte del comunista Enrico Berlinguer che a suo dire erano l’unico elemento confortante di socialismo reale nel nostro Paese.

Tutti socialisti senza saperlo? Sono tanti i fili bianchi, rossi e neri che si sono intrecciati nella storia italiana generando un’enorme confusione che ancora perdura. E Berlusconi come lo inquadriamo, specie ora che il suo movimento sta incrociando uno dei periodi più difficili di governo della comunità nazionale? Come il Robin Hood della social card che toglie ai ricchi per dare ai poveri, battendo in breccia l’ultimo Dario Franceschini che vuole tassare i ricchi o presunti tali? Magari il Cavaliere fosse così autoritario da poter realizzare i sogni di Franceschini in un baleno! Nel teatrino italiano se il Presidente della Camera ha imposto le impronte digitali per il voto dei parlamentari perché non essere più audaci –avrà pensato il Cavaliere- e delegare un unico “pianista”, il capo del gruppo parlamentare, a votare per conto di tutti? Manca solo che all’atto di fondazione del PDL Fini accusi Berlusconi di autoritarismo e di fascismo.

Anzi vien da pensare per paradosso che se in passato il centro sinistra anti-decreti si fosse battuto per un accorciamento dei tempi parlamentari sarebbe riuscito a far approvare in tempo la legge sul conflitto di interessi impantanatasi per tante volte nelle lungaggini di Camera e Senato e forse, con un guizzo di autoritarismo, avrebbe potuto anche proporre di dotare i prefetti di un osservatorio sull’evasione fiscale per meglio debellarla. Aspettiamo le sorprese, se ci saranno, della prossima legislatura.

In questa, nel pieno di una crisi economica molto seria, il sistema di governo si è semplificato senza aver prodotto alcuna stabilità che non sia quella volatile dell’inseguimento perenne ai tanti interventi e decreti immaginati dal Cavaliere e dalla sua corte per infondere ottimismo. Il senatore Fabrizio Cicchitto è convinto che il PDL sia e debba continuare ad essere il “partito del Presidente”, tanto per solidificare una prassi già in corso, mentre Gianfranco Fini pensa il contrario. Come finirà?

A parole ritorna persino il tema della riscrittura della seconda parte della Costituzione. E’ una riforma che tutti vogliono, ma non ci facciamo ingannare se se ne parla al solo scopo di contenere il potere di Berlusconi. Cogliamo piuttosto al volo l’impegno( propagandistico?) del Cavaliere e di Dario Franceschini a ridurre il numero pletorico dei parlamentari. Lasciamo da parte il partito del Presidente. Si cominci da qui, si riducano i parlamentari. Il resto (forse) verrà da solo.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario