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Spread europeo

La forza e le colpe

La Germania finanzia gratis il proprio debito manche grazie a noi. Questo non è accettabile, perché alla fine di un simile percorso c’è un solo approdo possibile: la fine dell’euro.

di Davide Giacalone - 28 agosto 2012

Ha ragione il capo della Bundesbank, Jens Weidmann, che ha espresso il concetto in modo soave, per nulla cercando la rissa, senza minimamente dare l’impressione di colpire con i fatti laddove Angela Merkel non può arrivare con le parole. Ha ragione quando sostiene che c’è un solo modo per ridurre stabilmente la distanza fra i diversi tassi d’interesse, che ciascuno Stato dell’Unione monetaria paga per finanziare il proprio debito pubblico, e consiste nell’uniformarsi alla medesima disciplina di bilancio, portando l’area dell’euro a effettiva omogeneità economica. In Italia ci vorrebbe molto del rigore tedesco, e alcuni dei dolori che viviamo derivano dall’essersi acconciati a una disciplina opposta. Posto ciò, però, Weidmann ha non pochi torti. Che si comprendono meglio mettendo in fila qualche numero. Secondo i dati Eurostat, a fine 2011 il debito pubblico italiano detenuto da non residenti ammontava, in valore assoluto, a 731 miliardi di euro. QuePer i francesi era pari a 974, mentre per i tedeschi arrivava a 1.147. Siccome proprio alla fine dell’anno scorso la tempesta della speculazione s’è abbattuta sull’Italia, rea di avere un debito pubblico troppo alto rispetto al prodotto interno lordo, è bene osservare che se lo spread crescesse (come sarebbe anche ragionevole) al crescere delle somme che ciascun Paese chiede al resto del mondo, ne deriverebbe che dovrebbe essere favorevole all’Italia. Invece succedeva e succede l’opposto. Nel 2011 il debito pubblico calcolato pro capite ammontava, in Italia, a 31.000 euro. A fronte di ciò la ricchezza familiare finanziaria netta, calcolata pro capite, ammontava a 44.500. Avevamo più soldi che debito pubblico (il che valga come garanzia, non certo per sollecitare una patrimoniale). In Germania il debito pro capite era di 22.500 euro, ma la ricchezza era più bassa, giungendo a 38.000. La nostra, insomma, garantiva di più. Anche in questo caso lo spread sarebbe dovuto essere a nostro favore. Tanto per capirsi: quegli stessi dati testimoniavano già la bancarotta greca, perché a fronte di un debito pubblico pro capite di 30.100 euro la ricchezza finanziaria si fermava 11.000. Si dirà: ma l’Italia s’è comportata male, approfittando dell’euro e dei bassi tassi d’interesse per continuare a far crescere i debiti, mentre i tedeschi hanno fatto valere la forza del loro rigore. No, è vero il contrario: dal 1994 al 2007 il debito pubblico italiano è sceso dal 121 al 103% (sempre troppo alto, certamente), mentre quello tedesco saliva di 17 punti. Se lo spread fosse il premio (o la penalità) per come ci si è comportati da quando c’è l’euro, anche in questo caso dovrebbe pendere a nostro favore. Sono fatti, questi, che mal si conciliano con le tesi di Weidmann. Il lettore, però, non si lasci ingannare: i dati funzionano come le fotografie, lasciando credere vero quel che non necessariamente lo è. Sono dati corretti, ma non si deve tralasciare che noi non abbiamo fatto le riforme necessarie a far crescere la produttività e la permeabilità del mercato. Abbiamo buttato quindici anni sull’altare di un bipolarismo rissoso e inconcludente, buono solo a evitare che qualcuno, chiunque fosse, potesse governare. Abbiamo le nostre colpe, grosse. Ma Weidmann non può far finta di credere che senza adeguati interventi, utili a sterilizzare la speculazione, si possa uscirne, perché l’Italia paga non (solo) i propri ritardi, ma (anche) la debolezza strutturale dell’euro. Noi stiamo pagando per loro che, non a caso, si finanziano a zero. Questo non è accettabile, perché alla fine di un simile percorso c’è un solo approdo possibile: la fine dell’euro. Quindi Weidmann ha ragione nella teoria e torto nella pratica. La distanza fra le due cose si chiama: politica. Un ultimo dato, per capire perché certa politica tedesca fa finta di non capire: dei paesi del G20 solo 5 si confermano esportatori netti, e noi siamo fra questi. Salvo che, secondo i dati dell’organizzazione mondiale del commercio (Wto), nel corso dell’anno passato l’Italia è cresciuta del 46%, la Cina del 27, la Corea del Sud del 20, la Germania del 17, mentre il Giappone è arretrato del 3. L’unico concorrente che i tedeschi possono azzoppare per via monetaria è l’Italia, che, per giunta (grazie alle nostre aziende e nonostante le istituzioni), si dimostra il più dinamico. Noi abbiamo le nostre colpe, lo ripeto, ma la più grande sarebbe quella di regolare i conti interni lasciando il vantaggio a chi danneggia i nostri interessi nazionali.

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