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Pronti a ri-crescere

La forza del debito

Abbattimento fiscale e riaccesso al credito. Ecco quel che serve alle nostre aziende sane per riprendere la corsa

di Davide Giacalone - 16 dicembre 2013

Il nostro debito pubblico è fra i più affidabili d’Europa. Qui lo avete letto più volte, e magari qualcuno è stato tentato di chiamare la neurodeliri per venire a bloccarci e soccorrerci. Bhe, adesso l’ambulanza mandatela all’università di Friburgo (Germania), il cui centro studi ci mette in cima alla lista dei virtuosi, appena sotto la Lettonia e comunque sopra alla Germania. Hanno seguito un percorso diverso da quello che abbiamo usato noi, ma giungendo a conclusioni sovrapponibili. Anche dal punto di vista di ciò che è necessario fare per tradurre l’affidabilità in forza capace di spingere lo sviluppo e la crescita della ricchezza.

A Friburgo, coordinati dal prof. Bernd Raffelhuschen, hanno fatto due colonne: nella prima hanno messo il rapporto fra il debito pubblico (esplicito) e il prodotto interno lordo, classifica che ci mette fra gli appestati; nella seconda hanno messo il “debito implicito”, vale a dire gli impegni di spesa che dovranno essere comunque onorati. Poi li hanno sommati. Il risultato è che l’Italia si classifica seconda, con un debito totale che ammonta al 73% del pil (troppa grazia!). La Germania è quarta, al 154%. La Francia sedicesima, con un debito totale che raggiunge il 449%. Il Regno Unito al ventiduesimo posto: 640. Non sono conti inediti, sono stati fatti sulla scia della contabilità generazionale, che si deve a Laurence Kotlikoff, della Boston University. Ma sono tali la lasciare allibiti, pur essendoci più volte sentiti dare dei beoti per non avere proclamato la nostra già avvenuta bancarotta.

Nello stesso giorno è arrivato il rapporto di Standard & Poor’s sull’Italia, ove, bontà loro, non ci declassano ulteriormente (il nostro debito è considerato alla soglia della spazzatura, ma ancora un passo indietro), però confermano di vedere nero, per il futuro. Su cosa basano tale previsione? Sulla troppo scarsa crescita, a sua volta causa dell’insostenibilità del debito nel medio periodo. Il che è vero da anni, anche se i governi succedutisi, compreso l’attuale, sprecano fiato nel vano tentativo di negare l’evidenza. La domanda è: c’è un nesso, fra queste due analisi? Quale delle due è marziana? Il nesso c’è, nessuna delle due è totalmente in errore. Capire aiuta moltissimo a compiere scelte non inutili e a non perdere tempo. Come si sta facendo.

Che la nostra crescita sia asfittica da lustri è evidente, così come la micidiale botta recessiva che abbiamo preso. Ci aiuta Alexander Kockerbeck, oggi consulente in Germania, fino a poco tempo fa responsabile della valutazione dei debiti sovrani, per Moody’s (uno del ramo, insomma): nel valutare l’affidabilità di un debito il peso assegnato agli indicatori di crescita è esagerato. Inoltre, aggiunge, la crescita di molti europei è in realtà drogata dalla spesa pubblica, mentre gli italiani sono in avanzo primario da tanto di quel tempo che di droga ne circola poco e niente. Detto in altre parole: in tutti questi anni la nostra crescita è bassa, ma vera. Ed è qui il punto fondamentale, questo è il fulcro per azionare la leva che faccia ripartire (alla grande) l’Italia: le aziende capaci di crescere hanno già imparato le regole della globalizzazione, hanno imparato a gestire un cambio forte, si sono ristrutturate (anche lasciando non pochi morti per strada), sicché quel che serve all’Italia non è tornare alla logica della spesa improduttiva per alimentare la domanda interna (cosa che porterebbe anche a un aumento delle importazioni di prodotti altrui, esportando ricchezza collettiva), ma l’abbattimento fiscale a favore di quelle aziende produttive e il riaccesso al credito. Sono queste le due armi vincenti.

Non servono i brodini dati con il cucchiaino, capaci solo di riaprire mini emorragie di spesa e far propaganda. Serve l’abbattimento del debito esplicito (per dirla alla friburghese, che mi piace assai), meno spesa per interessi, meno fisco. E serve che cessi la follia per cui una piccola impresa tedesca si finanzia pagando tassi al 3.61%, mentre quella italiana al 5.12, con le grandi che accedono al credito pagando il 2.86 in Germania e il 4.36 in Italia. Che sarebbe ancora meno peggio della realtà, perché il credito, da noi, non si trova. Ci fosse una classe dirigente degna (mica solo governativa, perché questa roba dovrebbe essere in cima a cattedre e giornali) dovremmo trarre forza dal ragionamento di Friburgo per rompere l’assedio di chi ha tutto l’interesse a indebolire i nostri competitori. Non dimentichiamoci che dati come questi, assieme ai ragionamenti che qui andiamo facendo sulla forza dell’Italia, non sono attenuanti, ma aggravanti dell’ignavia politica. Non servono a dire “tiriamo avanti”, ma, semmai, “basta con il farci straziare”. I dolori che abbiamo subito ci mettono in una condizione di vantaggio. Non sfruttarlo, e non farlo subito, è una colpa enorme. Inaccettabile.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario