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Vent'anni e non sentirli

La fine del berlusconiscmo

Un Paese che nega periodicamente sé stesso dimostra di essere habitat di furbi e falsi.

di Davide Giacalone - 06 ottobre 2013

Non appuntiamo sul petto d’Italia ancora una medaglia del disonore, intitolandola alla “deberlusconizzazione”. Su quel petto ce ne sono molte di cui essere orgogliosi, ma nella nostra storia abbiamo più volte mentito per non fare i conti con noi stessi. Evitiamo di farlo ancora, perché il prezzo si paga negli anni. Con troppi interessi. Evitiamo di essere falsi, forgiando nuovi bugiardi. Sempre più vili.

Il berlusconismo nacque figlio della bugia precedente, così riassumibile: la prima Repubblica andava bene, ma fu rovinata da una classe politica di ladri, cui doveva succedere un gruppo dirigente di puri e onesti. Silvio Berlusconi raccolse l’Italia che non si piegava a quell’infamia. La prima Repubblica era consustanziale alla guerra fredda e con essa finiva. Ma aveva creato ricchezza mantenendo legalità ed equilibrio. La corruzione c’era, ovviamente, ma meno di oggi. Con la fine di quel mondo politico si assisté alle più sfrenate ruberie a danno della collettività. Ruberie in cui si distinsero predatori imprenditoriali e politici. I presunti puri, quelli che erano comunisti, erano dei luridi corrotti, ma con soldi sporchi di sangue. Il berlusconismo debuttò quando la libera stampa e le alte coscienze già cantavano in quel coretto repellente. Ruppe l’incantesimo. E fu un gran bene.

Utilizzò uno schema che per la politica di allora era una bestemmia: raccolgo con me tutti quelli che sono contro gli altri. La volta successiva la sinistra era totalmente berlusconizzata, raccogliendo tutti quelli che si opponevano a lui. Al Caimano. Perché la debolezza culturale e morale dello zozzo purismo vuole sempre che l’Italia degli altri sia l’Italia dei corrotti e degli infami. Così il berlusconismo trionfò, entrando nella mente degli antiberlusconiani. I quali, non a caso, ancora oggi cercano il “candidato alla presidenza del Consiglio”, ovvero s’accodano al berlusconismo più puro: quel candidato non esiste, quel posto non c’è, non è il popolo a eleggerlo.

Perse, il berlusconismo. Perse (definitivamente) nel 2009. Nel giugno di quell’anno scrissi che avrebbe fatto bene a dimettersi e chiedere le elezioni, perché il governo aveva smesso di funzionare, dopo un apparente trionfo elettorale. Tutti quelli che oggi scoprono di essere capaci di profferire verbo, che oggi ritrovano una coscienza non asservita al capo, tutti tacquero, allora. E, del resto, sedevano al governo. Il berlusconismo li aveva selezionati perché lo seguissero come un gregge. La natura del gregge non è improntata al coraggio e alla lucidità, meno che mai all’indipendenza. Neanche cambia pastore. Glielo cambiano gli altri. Ma, comunque, con l’impallamento di quel governo divenne mera forma il bipolarismo isterico e improduttivo.

Eppure nel 2013 quello schema non era sconfitto elettoralmente, pur subendo una drammatica emorragia di consensi e pur consegnando l’ennesima falsa vittoria ai berlusconizzati di sinistra. Ora è stato sconfitto Berlusconi, da l’unico esercito che lo ha combattuto senza sosta e senza mediazioni: la magistratura. Chi dice “la giustizia deve andare avanti” è sciocco, o cieco: non si è accorto che non c’è più da un pezzo, la giustizia. Dal momento in cui il colpo giudiziario è andato a fondo, comunque, tutti sono impazziti e hanno sbagliato tutto: la destra incaponendosi a simulare in Parlamento una guerra giudiziaria, la sinistra non capendo che votare contro l’avversario e chiederne la cancellazione equivale a liquefare sia il Parlamento che la politica. Tanta follia non poteva che finire nelle mani dei disertori. Da una parte e dall’altra. I disertori, naturalmente, furono anche fra i più fanatici e ottusi combattenti. Altrimenti, da che avrebbero potuto disertare?

Il programma prevede ora che si proclami la fine del ventennio (diciannove anni, ma “ventennio” evoca meglio) e che, pur nelle differenti opinioni, si convenga nell’aprire una pagina nuova e migliore, con una destra “europea” e una sinistra socialista. Peccato che il socialismo sia morto e la destra, in Europa, sia xenofoba e anti-europea. Riecco dunque l’Italia della viltà e della menzogna, pronta a bruciare le proprie colpe nel rogo altrui. Spettacolo disgustoso, che vedemmo alla fine del secolo scorso, come alla sua metà. Spettacolo destinato a creare una nuova leva di falsi. Chi non partecipa, però, è minoranza. Minoranza detestata. E nel Paese dei faziosi senza idee capita ai non allineati d’essere iscritti d’ufficio al partito cui mai aderirono e mai aderirebbero. Capitò anche a Dante Alighieri. Non capita e non capiterà ai trasformisti, che meglio incarnano l’assenza di convinzioni ed etica. A destra come a sinistra.

Sappiamo che un uomo che nega sé a sé medesimo è pazzo. Un Paese che lo fa periodicamente conferma la sua natura non collettiva: habitat di furbi, che danno vita a politiche dementi. Da domani torniamo a occuparci delle “cose concrete”, ma nessuna lo è di più di questo insano desiderio di fuga dalla realtà e dalla responsabilità.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario