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La filosofia del de-enforcement ridà poteri agli Stati e spiega l'attenzione di Barroso al Rapporto Beffa

di Giuseppe Pennisi - 24 febbraio 2005

La Commissione europea, presieduta da José Manuel Barroso, sta cominciando con uno stile molto differente da quello dell'Esecutivo precedente, guidato da Romano Prodi. Mentre negli ultimi cinque anni, la parola d'ordine è stata "armonizzare" le normative degli Stati membri (e ne è risultato un incredibile groviglio), adesso si opera all'insegna del binomio "semplificare e liberalizzare".

Il Commissario responsabile della concorrenza, Neelie Kroes, afferma che all'inizio di marzo verranno proposte nuove direttive: più morbide - si anticipa - di quelle seguite da Mario Monti. Un saggio, fresco di stampa, è stato letto con grande attenzione da Neelie Kroes: il lavoro di Paul Teske della Università di Denver nel Colorado "The new role and politics of State regulation" ("Il ruolo nuovo e la nuova politica della relazione statuale"), pubblicato nell'ultimo fascicolo del periodico scientifico "Regulation". Lo studio riguarda gli Stati Uniti ma è denso d'insegnamenti per l'Unione europea, Ue, del futuro; traccia un percorso su come giungere ad una suddivisione equilibrata tra regolazione federale e regolazione statuale. La parola-chiave è il "de-enforcement" della regolazione Ue (maggiore flessibilità nell'applicazione).

Aria nuova anche in tema di politica industriale. In questo campo a fine gennaio è arrivato il rapporto "Pour une nouvelle politique industrielle", commissionato dal Presidente della Repubblica francese, Jacques Chirac ad un gruppo di esponenti del mondo dell'industria, nonché di economisti, guidato dal Presidente ed Amministratore Delegato della Compagnie Saint Gobain, Jean-Louis Beffa. Il documento propone "un rinnovamento della politica industriale articolato sulla promozione pubblica di programmi tecnologici industriali a lungo termine, con azioni da attuare principalmente allo stadio pre-correnziale, ossia della ricerca di base".

Alcune misure specifiche indicate sono:

  • un partenariato pubblico-privato (in cui le imprese finanzino il 50% dei costi della ricerca) per meglio coordinare e focalizzare i programmi specifici (la cui durata dovrebbe essere tra i cinque ed i dieci anni), da chiamarsi "programmi mobilizzatori per l'innovazione industriale" (con un finanziamento pubblico tra i 30 ed i 50 milioni di euro per progetto e per anno);
  • un'attenta attività di identificazione, valutazione e selezione dei "programmi mobilizzatori" da parte delle strutture tecniche della pubblica amministrazione;
  • la creazione di un'Agenzia per l'innovazione industriale sotto il diretto controllo del Primo ministro (con una dotazione di 6 miliardi di euro);
  • la proposta per l'istituzione di un'Agenzia europea analoga a quella francese, con il compito di definire programmi mobilizzatori a livello europeo seguendo parametri e criteri coordinati di identificazione, valutazione e selezione.

Tutto ciò avrebbe fatto sobbalzare le sopracciglia quando il dicastero della concorrenza era nelle mani di Mario Monti. In privato, il Vicepresidente della Commissione con l'incarico per le Imprese e l'Industria, Günter Verheugen, ha anticipato che la Commissione guarderà con occhio benevolo pure ai "campioni nazionali europei" delineati nel rapporto.

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