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Torino 2006 e la politica

La fiaccola accende fuochi bipartisan

Le Olimpiadi rischiano di essere una meteora nel declino del Paese

di P. Bozzacchi, A. D'Amato, A. Picasso - 13 febbraio 2006

Pericolo di incendi. Dietro la fiaccola olimpica non si nascondono solamente i fuochi interni al centro-sinistra. Torino 2006, infatti, rischia di rappresentare la solita meteora che non produce gli effetti economici sperati nel chiaroscuro del declino strutturale del Paese. Ma partiamo dai numeri. A oggi il Comitato organizzatore dei Giochi (Toroc) ha lasciato il bilancio in rosso.

All’appello mancano 41 milioni di euro – a fronte dei 1223 spesi ne sono entrati 1184 – ma il buco, che dovrà essere ripianato dal Comune di Torino e dalla regione Piemonte, potrebbe anche rivelarsi più ampio. Vero è che i conti si fanno alla fine, ma l’esperienza di Italia ’90 – un consuntivo di 7320 miliardi di lire spesi contro i 3500 in preventivo – quanto meno dovrebbe far riflettere.

Non è detto, però, che debba ripetersi l’esperienza buia delle “notti magiche” del mondiale di calcio, finita anche nelle aule giudiziarie che indagarono sul 40% dei mille appalti collegati. Se sul progetto economico Torino 2006 venisse rispettato l’effetto-giochi, stimato dall’Unione industriale del capoluogo piemontese e dall’università La Sapienza in 17 miliardi di euro come ricchezza prodotta entro il 2009, i soli 41 milioni di deficit sarebbero una goccia nel mare degli utili attesi. Sarebbero, appunto. Sempre che la politica sappia sfruttare al meglio questa occasione d’oro. Ma non pare aver cominciato con il piede giusto, se consideriamo il polverone polemico creatosi internamente al centro-sinistra per gli attacchi no global ai tedofori.

Mossa incauta che ha messo in evidenza tutti i limiti politici dell’Unione di Prodi. Tra la sinistra riformista e quella antagonista, infatti, si fa sempre più difficile trovare un punto d’incontro. Ancora una volta il localismo (in questo caso no global e anti-Tav), ha prevalso sull’interesse generale del Paese, vale a dire fare vetrina in un’occasione unica di visibilità internazionale.

Dal canto suo, il centro-destra farebbe meglio a riflettere, prima di utilizzare le polemiche in campo avverso a fini elettorali. Perché è altrettanto vero che, se Torino 2006 rappresenta una grande opera pubblica (e il budget lo conferma), il governo non è arrivato ad aprire cantieri per una cifra pari al 40% degli investimenti previsti dal Piano decennale delle grandi opere stesse. E pensare che sul tema aveva varato la legge obiettivo, creata per essere il volano della ripresa economica, che, invece, si è rivelata monca di una politica industriale ed è stata soffocata sul nascere dalla devolution che concede – secondo la filosofia nimby del “not in my backyard” – troppi poteri e benefici agli enti locali.

A dimostrarlo è, appunto, l’iniqua distribuzione delle ricadute complessive dei Giochi di Torino. Dei 17 miliardi totali, oltre dieci saranno concentrati tra il 2005 e il 2006, e di questi ben 7,47 resteranno in Piemonte (74,7%). Per altri tre anni, inoltre, si viaggerà intorno ai due miliardi l’anno, quasi interamente destinati a Torino e alla sua provincia. Infine, dei quasi 90mila posti di lavoro creati, l’80% non uscirà dal territorio regionale. Il circo bianco di Torino 2006 è una straordinaria opportunità politica ed economica, non solo per lo sport italiano. Cerchiamo di non farla diventare l’ennesima cattedrale nel deserto, per favore.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario