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Un «cuore idealistico» ed una «mente realistica»

La “fede liberale” di Benedetto Croce

“Il liberalismo italiano deve a Croce più di quanto non si creda"

di Livio Ghersi - 31 marzo 2009

Il prof. Dino Cofrancesco ha scritto un articolo titolato "Il liberalismo italiano deve a Croce più di quanto non si creda", pubblicato nel periodico telematico "L’Occidentale". Nel merito, ho ritenuto opportuno fare qualche osservazione e precisazione, pur espresse con spirito amichevole nei confronti di Cofrancesco.

Ad esempio, per comprendere la diffidenza di Croce nei confronti della sociologia, non si può fare a meno di inquadrare la questione storicamente. Il padre della sociologia fu Auguste Comte (1798-1857), cioè la sociologia nacque insieme alla concezione positivistica.

Ben prima della diffidenza crociana si dovrebbe ricordare, ad esempio, l’analisi penetrante svolta da Wilhelm Dilthey, nella sua «Introduzione alle Scienze dello spirito», opera pubblicata nel 1883. Dilthey osservò che la sociologia come pretesa scienza sociale unica, quale la concepiva Comte, rappresentava non un progresso, ma un regresso, perché annegava in un malinteso sapere generale i tanti saperi particolari, tecnicamente molto più evoluti, propri delle singole scienze particolari della società, quali si erano andate strutturando nel divenire storico.

Uno studioso di diritto, o di economia politica, un diplomatico, o uno storico, sicuramente disponevano di teorie che consentivano loro di spiegare la realtà storico-sociale, dal particolare angolo visuale da cui la considerano, meglio di quanto potesse fare il sociologo immaginato da Comte, che altro non era che un "tuttologo". In seguito, lo stesso Dilthey rivalutò la sociologia quando si riferisse ad un oggetto determinato, come negli studi di Georg Simmel.

Per quanto riguarda Max Weber, Croce lo aveva personalmente conosciuto e lo reputava uomo di valore, ma — forse anche per la diffidenza nei confronti della sociologia — lo considerava un pensatore meno importante rispetto a quelli del periodo aureo del pensiero tedesco (dal 1781 al 1831). Basta ricordare la recensione crociana del libro di Carlo Antoni "Dallo storicismo alla sociologia" (pubblicato nel 1940).

Antoni aveva considerato quattro autori tedeschi: Dilthey, Troeltsch, Meinecke, Max Weber; un autore olandese, Huizinga; un autore svizzero, Wölfflin. Scrisse, tra l’altro, Croce: «I vari saggi si legano nel concetto che è ben designato dal titolo: il trapasso o piuttosto la caduta dalla concezione storica alla sociologica, dalla filosofia all’empirismo. Ed è veramente degno di grave meditazione che un simile smarrimento e una simile discesa siano potuti accadere in un paese di cultura come la Germania, che aveva nei tempi moderni portato assai alto la logica della filosofia e dato prova di profondo senso speculativo.

Quegli autori pongono dualismi, piantano opposizioni insolubili o insolute, stringono tra queste opposizioni impossibili "compromessi", moltiplicano gli entia senza necessità; sembrano aver dimenticato o ignorare affatto cosa sia universale, individuale, categoria, ethos, esthesis, logos, e via; compiono spasmodici e sterili sforzi per spiegare causalisticamente e psicologicamente gli atti dello spirito, che sono liberi, originali e creativi».

Cofrancesco ha scritto che in Croce coesistevano un «cuore idealistico» ed una «mente realistica». Esatto. Ma non si deve dimenticare che già Hegel aveva coniugato nel proprio pensiero idealismo filosofico e realismo politico. Per quanto riguarda poi Machiavelli, è vero che Croce lo tenesse in grandissima considerazione; ma è altrettanto vero che tendeva ad interpretarlo in un certo modo, cercando di integrarne il pensiero con lo storicismo di Giambattista Vico.

E’ opportuno aggiungere, non per il prof. Cofrancesco che queste cose le conosce benissimo, ma per eventuali lettori meno avvertiti, che il realismo non fu certamente inteso da Croce come scelta di schierarsi dalla parte del vincitore del momento. Cofrancesco ha ricordato che inizialmente Croce pensò che il nascente movimento fascista potesse assolvere un ruolo positivo per contrastare la voglia di «fare come in Russia» nel turbolento periodo che seguì alla conclusione della prima guerra mondiale (anni 1919-1920 passati alla storia come "biennio rosso", eccetera).

Tuttavia, Croce iniziò a muovere critiche pubbliche al fascismo dopo il delitto Matteotti e passò pubblicamente all’opposizione dopo il discorso pronunciato da Mussolini nella Camera dei Deputati il 3 gennaio del 1925. Basta ricordare che alla fine del mese di aprile del 1925 scrisse la "Protesta contro il Manifesto degli intellettuali fascisti", il cui testo fu pubblicato l’1 maggio del 1925 nel quotidiano "Il Mondo", vicino alla linea politica di Giovanni Amendola.

Durante il Ventennio, Croce mantenne una posizione coerente e dignitosa di opposizione. Non si lasciò sedurre dalla prospettiva di cariche, non soltanto onorifiche, che il regime generosamente offriva, in istituzioni culturali ed enti vari, agli intellettuali che accettavano di servirlo.

Preferì mantenere la propria fede liberale, continuando a scrivere nella sua rivista "La Critica", in compagnia dei pochissimi amici che gli erano rimasti, primo fra tutti Adolfo Omodeo. "La Critica" veniva letta dagli antifascisti e da tutti coloro che speravano che l’Italia potesse nuovamente avere istituzioni libere e democratiche. Come membro dell’Assemblea Costituente, Croce contribuì a restituire quelle istituzioni libere agli italiani.

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