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Per un’analisi della sconfitta

La distribuzione e i colori del potere

Perché le “regioni rosse” son sempre rimaste tali?

di Davide Giacalone - 10 giugno 2009

Per capire cosa significa perdere le elezioni amministrative, specie per la sinistra, si deve comprendere come è strutturata la distribuzione del potere reale. Prendete quel che rimane delle “regioni rosse”, ovvero delle aree dove la sinistra, prima comunista e poi negante d’essere mai stata comunista, sempre rappresentata dalle stesse persone, ha interrottamente governato: ebbene, si tratta delle uniche zone, in tutta Europa, che dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi non hanno mai cambiato colore dell’amministrazione. Non è un miracolo di coerenza, ma denuncia la scarsa libertà del cittadino.

In intere regioni Peppone ha organizzato la propria parrocchia assai meglio di Don Camillo, ed è anche stato capace di farla evolvere. In vaste lande dell’Emilia Romagna, della Toscana o dell’Umbria vieni al mondo con la tessera del partito. Vai a tirar calci al pallone presso il circolo dell’Arci, che poi ti segue e t’assiste per il resto della vita, sia che tu voglia diventare cacciatore o gay. Il partito organizza i campi estivi dei ragazzi, sempre per il tramite delle strutture collaterali. Dopo aver lasciato il pargolo al campetto, i genitori vanno al supermercato, dove hanno lo sconto perché soci della cooperativa. Altra parola magica: se c’era uno contrario al concetto stesso di cooperazione era Togliatti, ma il suo partito comprese benissimo quel che ci si poteva fare. Sempre una cooperativa è proprietaria della “Casa del popolo”, che è la sede del partito, ma anche luogo d’incontri e vita sociale. Ciascun socio è proprietario per una parte, ma non puoi essere socio se non sei iscritto al partito, e se te ne vai perdi tutto. Stando dentro, invece, ti diamo pure il compagno per l’assicurazione dell’auto, quello per la banca, quello per la clinica e così via.

L’amministrazione pubblica locale ha un ruolo decisivo: è da lì che vengono i quattrini per le convenzioni, lì si fanno gli accordi per spartirsi i ragazzini da portare in colonia, lì si danno le licenze edilizie ed i permessi per aprire supermercati. Con un buon controllo di queste decisioni si può fare la fortuna di alcuni e la sfortuna di altri. Perché, non era la stessa cosa con democristiani o socialisti? No. S’incontravano (e s’incontrano) troppo spesso amministratori disonesti, come anche quelli bravi e per bene, ed i primi ti chiedono la classica mazzetta, senza la quale la pratica non si scolla. Deprecabile, anzi, da galera. Ma i compagni erano diversi, non mettevano (ai bei tempi) soldi in tasca, costruivano una rete di potere. Qualcuno penserà che erano migliori. Sbagliatissimo: le tangenti sono sempre un reato, ma prenderle da tutti è meglio che consentirle solo agli amici, perché nel primo caso si diffonde la corruzione, mentre nel secondo anche, ma in più si restringe la libertà.

Nel tempo il sistema s’è trasformato. Per averne un racconto sanguigno andate a sentire quel che vi raccontano i comunisti che, da presidenti delle cooperative, furono abbandonati al fallimento, con danni gravissimi ai lavoratori. Urlano che “quelli” sono venuti meno ai patti, hanno preso i soldi accumulati in tanti anni ed hanno puntato al potere finanziario, facendo marameo a tanti compagni. Ve ne ricordate? Coop, Unipol, “abbiamo una banca”. Quella roba lì. Quindi, un po’ il sistema si logorava, un po’ qualche pescecane mangiava i pesci rossi, un po’ i giovani s’erano rotti l’anima e smettevano di frequentare l’intero baraccone, e, piano piano, molto lentamente, l’intero edificio viene giù. Alcuni pilastri sono ancora in piedi, apparentemente solidi, ma gli elettori stanno provvedendo. Perdere le elezioni amministrative, pertanto, significa perdere il polmone che fornisce ossigeno al sistema. Quel che succede dopo dipende da chi le vince, le elezioni.

Capita anche che i successori si mettano subito al servizio delle medesime strutture. Vuoi perché non ce ne sono altre, vuoi perché dopo essere stati a lungo esclusi fa piacere essere riveriti, vuoi perché i potentati locali è con quelli che fanno affari, vuoi per insipienza allo stato puro. Il lavoro nobile e promettente non consiste né nel sostituire la vecchia rete con una nuova, né nel conquistarsi il diritto di sedere allo stesso tavolo. Si deve smantellare l’arcaico carretto del capitalismo municipale, anche se travestito dagli anglicismi falsotecnici portati da consulenti troppo pagati. Il lavoro buono è quello di restituire libertà a quei mercati ed a quei cittadini. Un lavoro per fare il quale si devono prima vincere le elezioni, ma poi avere le idee chiare, la capacità, la determinazione e la trasparenza per andare avanti. Se manca un pezzo, la vittoria diventa di bandiera.

Pubblicato su Libero di mercoledì 10 giugno

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