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La destra che vorrei

Tutto ciò che la destra dovrebbe fare o non fare per un’Italia migliore

di Davide Giacalone - 18 aprile 2008

La sinistra ha il dovere, sostenevo ieri, di rigenerarsi. Fin dalle radici. La destra ha oggi la responsabilità di interpretare, con senso dello Stato e del bene comune, il ruolo del governo. Uso “destra” e “sinistra” di proposito, perché gli elettori hanno tagliato le ali e si può tornare ad utilizzare questi termini, senza che significhino pregiudizialmente qualcosa, di buono o cattivo.

L’Italia d’oggi ha bisogno di una buona destra di governo, perché ha bisogno di più meritocrazia, più competizione, più premio alla disuguaglianza virtuosa, che nasce dalle capacità e non dalle eredità, o dai blasoni. Di una destra, invece, che voglia radicarsi nel potere, che voglia rappresentare le corporazioni ed arretri innanzi ai privilegi, non sappiamo che farcene. Ci serve una destra che sappia osare nella liberazione dal peso fiscale, che sappia creare consenso senza bruciare spesa pubblica, che utilizzi la liberalizzazione del mercato interno per meglio proteggerlo dai marosi esterni. Le dogane a protezione dello statalismo burocratico ed assistenziale non so se siano di destra o di sinistra, so che sono piombo attaccato al collo di chi già affonda. Ci serve una destra che ritenga inviolabili i diritti individuali e metta la giustizia al loro servizio, che avversi, quindi, la funzione “sociale” del “giudiziario”. Una destra che confonda il diritto con un processo ed il bon ton istituzionale con il cedimento al partito delle toghe, sarebbe inutile all’Italia e tornerebbe a darsi la zappa sui piedi.

In uno Stato di diritto conta la sostanza, ma anche la forma. Le istituzioni sono la casa di tutti, ed occorre che si utilizzi un linguaggio conseguente. Tutti i politici vengono da una campagna elettorale, ma gli statisti sanno quando finisce e quando comincia il lavoro per il bene collettivo. Che non significa far cose insipide, che non creino opposizione, ma lavorare seriamente per i sondaggi che si faranno fra qualche anno, spingendoci tutti ad essere migliori di quel che siamo. I propri mostri del passato la destra li ha seppelliti, ma conquistare il futuro non significa traslocarci il presente, bensì saper cambiare per cambiare il mondo circostante. La destra d’oggi ha in mano le carte, se saprà giocarle, se saprà aprirsi, crescerà. Altrimenti, sarà un’occasione persa.

Pubblicato su Libero di venerdì 18 aprile

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario