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Crisi dell'euro e campagna elettorale

La danza dello spread

Non stiamo gestendo il debito, ma è il debito che gestisce noi

di Davide Giacalone - 05 febbraio 2013

Smettiamola di comportarci come una tribù ignorante e superstiziosa, che immagina il fulmine sia un castigo divino e lo spread un giudizio sulla campagna elettorale. Che sarebbe anche comodo, se non fosse ridicolo.

I problemi dell’euro non sono stati risolti. Solo rinviati. Intanto il bollettino meteorologico dei mercati volge al brutto. Non è ancora tempesta, ma lo spread che arriva a crescere di più di 7 punti in una giornata indica che non si può contare sul sole e la calma. Mentre le nuvole s’addensano all’orizzonte l’equipaggio della nave Italia è intento alla campagna elettorale, che gli spagnoli fecero quando i marosi erano assai più forti e minacciosi. Il nostro guaio, però, è che tendiamo a usare le onde per far cadere fuori bordo gli avversari, con il rischio di ribaltarci tutti. Non ho nessuna passione per il propagandismo e considero farlocche le promesse fiscali di tutti. Pensare, però, che lo spread salga a causa delle parole (al vento) di Silvio Berlusconi è da imbroglioni, o da creduloni superstiziosi: ieri lo spread spagnolo ha scalato anche quello 7 punti (poi entrambe hanno leggermente ripiegato). I due indici si muovono in parallelo, dopo una fase iniziale in cui quello italiano aveva superato quello spagnolo. Questo non significa che il governo italiano abbia giovato agli iberici, o che le fanfaronate propagandistiche nuocciano loro. Significa che non c’entrano nulla.

Più razionale la tesi esposta dal rate strategist di Morgan Stanley: il cambio dell’euro resta alto, la liquidità diminuisce, i tassi saliranno rendendo meno gestibili i debiti sovrani. La bonaccia s’avvia alla fine. Noi lo abbiamo scritto mentre lo spread diminuiva, sicché non ci meravigliamo.

La colpa interna è quella di non avere avviato i tagli alla spesa pubblica e la riduzione del debito, puntando solo su tasse che accompagnavano la crescita del debito. Pessima via. Ora tutti, dicasi tutti, promettono meno fisco. Il che, in assenza d’interventi strutturali, è mendace. Ma a dominare la scena non sono le miserie interne, bensì gli squilibri esterni: i soldi prestati dalla Bce tornano indietro senza che il sistema produttivo sia ripartito. Così il debito non si gestisce, ma si viene gestiti dal debito. Almeno si eviti la danza dello spread.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario