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Un crollo senza soluzione di continuità

La débacle della seconda Repubblica

Solo dopo le profonde crisi può sprigionarsi un forte risveglio.

di Fabio Fabbri - 05 febbraio 2008

Non credo di esagerare se rilevo che siamo di fronte al disfacimento, fra le convulsioni, della seconda Repubblica. Lo spettacolo, descritto dalla stampa mondiale, è scoraggiante. Sullo sfondo l’irrisolto problema dei cumuli di immondizia in Campania, con la minaccia di sanzioni da parte dell’Unione Europea, cui si aggiunge, ancora da parte dell’Europa, la censura per il persistente duopolio RAI-Mediaset. Sembra quasi incredibile. Il centro-sinistra, rimproverato di non averlo fatto in passato, neppure in questa legislatura ha legiferato sul conflitto di interessi e sul sistema radio-televisivo; così come non è riuscito risolvere la vertenza Alitalia-Malpensa. Il Nord produttivo è in rivolta. Alla questione meridionale si è aggiunta una “questione settentrionale”.

Contrariamente a quanto sostiene Giuliano Ferrara, Prodi non è caduto a causa del golpe mediatico-giudiziario costruito sugli arresti domiciliari della moglie del Ministro Mastella (quello che impone i ginecologi di partito!). Certo si può anche evocare un contrappasso di dantesca memoria: chi di giustizialismo ferisce, di giustizialismo perisce. La verità, però, è che il crollo del bipolarismo coatto, fondato sull’aggregazione forzosa di una moltitudine di partiti conflittuali porta con sé, insieme al non-governo, la delegittimazione della classe dirigente che ha impersonato questo sistema. Molti degli attuali leader continueranno a stare sulla scena, ma sono ormai anime morte. Ho molti dubbi che anche Veltroni possa essere considerato un homo novus. Talora soccorre l’immagine della maionese impazzita. Il feticcio bipolare ha partorito 25 partiti e fenomeni di transumanza politica permanente, scissioni e ricomposizioni. In questi giorni i parlamentari Tabacci e Baccini lasciano il partito di Casini (U.D.C.), che però “guadagna” Ferdinando Adornato, che è stato comunista, poi“liberal” con Forza Italia ed ora si professa cattolico-moderato. Mi sovviene l’insegnamento di Toqueville: molte ragioni spiegano il fallimento di una classe politica, ma una sola le riassume tutte: quel ceto politico si è rilevato indegno di governare.

Prodi ha perso la sua maggioranza per strada due volte, ne1998 e nel 2008. Berlusconi si accinge ad essere candidato premier per la quinta volta. Dal ‘94 ad oggi i capi radunati nello stucchevole salotto di Bruno Vespa sono sempre i soliti, a destra e a sinistra. Torna alla mente l’esclamazione Nanni Moretti: “Con questi dirigenti non vinceremo mai”. Un motto che dovrebbe valere per entrambi gli schieramenti: anche se una delle due parti, persistendo il bipolarismo becero, sarà, magari di un soffio, apparentemente vittoriosa. Sempre perdente sarà purtroppo l’Italia. C’è una frase del sommo politologo Giovanni Sartori su cui è il caso di meditare:<< Alla classica domanda “Cosa avete fatto per il vostro Paese?”, Berlusconi potrebbe rispondere:”Niente, salvo liberarlo da Prodi”. E viceversa, cioè Prodi, potrà dire:”Niente, salvo liberarlo da Berlusconi”. Tante grazie>>.

Adesso si prevede che nelle elezioni ormai imminenti avremo una nuova vittoria di Berlusconi, conquistata per i demeriti di Prodi. Ma non escludo che vi possa essere qualche sorpresa. La miscela di crisi politica e crisi economica, che è anche crisi ad un tempo sociale e finanziaria di centinaia di migliaia di famiglie, produrrà tensioni aspre e forse una rivolta di parte dell’elettorato, che potrebbe orientarsi verso le liste civiche, il non voto o seguire il guitto dell’antipolitica Beppe Grillo. E neppure Berlusconi è inossidabile. Non gli gioverà il rifiuto insensato di concorrere alla riforma della sua orrenda legge elettorale, che priva i cittadini del diritto di scelta fra più candidati.

Del resto, la storia insegna che dopo le profonde crisi può sprigionarsi un forte risveglio. Il default del sistema aprirà spazi imprevisti alle energie politiche, intellettuali, imprenditoriali, che pure esistono e non si rassegnano al declino del Paese. Oltre a quella berlusconiana o catto-postcomunista, c’è un’altra Italia. Se ci sono ancora, si facciano avanti gli eredi di quell’Italia di minoranza, come la chiamava Spadolini, che con Croce Einaudi, Saragat, Nenni, Ugo La Malfa, Mario Pannunzio, Malagodi e Craxi ha contribuito, negli anni difficili della guerra fredda, a condurre l’Italia verso i più alti traguardi di progresso e di benessere della sua storia. La speranza è che questa minoranza virtuosa torni a produrre pensiero politico, idee-forza, insomma un progetto capace di scuotere le coscienze, reclamando in primo luogo una nuova Assemblea Costituente per riscrivere le regole della politica e dunque della nostra convivenza. Così si sta facendo in una Francia che rivendica il suo ruolo nella governance dell’economia globale. Con la regia di Jacques Attali, ex consigliere di Mitterand, si è dato vita a un incubatoio di idee, mobilitando personalità di vario orientamento. Questi progettisti, mentre constatano che nel BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) si raggiungono punte altissime di sviluppo, l’Europa cresce a una velocità inferiore alla metà della media mondiale. Esortano pertanto gli europei a puntare “sull’economia della conoscenza”, sviluppando il sapere di tutti, il lavoro di squadra, l’informatica, la ricerca. Pensano a nuovi strumenti, anche finanziari, per incentivare la concorrenza, creare e far crescere le imprese.

Anche il vento fresco che viene dall’America ci spinge ad uscire dal grigiore apatico in cui siamo immersi. Là, oltre Atlantico, in quegli USA che la sinistra becera continua a dipingere come l’impero del male, si fanno le primarie vere, combattute, non come quelle fasulle di casa nostra, dove si sa in partenza il nome del vincitore. Come è già successo, il seme gettato in Francia e in America può germogliare in seguito anche da noi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario