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Fine ingloriosa delle dinastie imprenditoriali

La curiosa vicenda delle tre T

Prodi avrebbe fatto meglio a lamentarsi in privato con Tronchetti Provera

di Alessandra Servidori - 14 settembre 2006

La vicenda delle tre T , Telecom-Tim-Tronchetti Provera assume strada facendo aspetti sempre più curiosi. E’ nostra opinione che Romano Prodi avrebbe fatto meglio ad alzare il telefono e a lamentarsi in privato con Marco Tronchetti Provera, reo di non averlo informato dei progetti per la ristrutturazione del gruppo. Invece, evidentemente piccato, il premier ne ha voluto parlare pubblicamente con i giornalisti. Aver rivendicato pubblicamente un diritto di informazione si è tradotto in un gesto discutibile e di dubbia correttezza politica, poiché non esiste alcun obbligo per un imprenditore privato (il quale risponde solamente ai suoi azionisti e agli organi societari) di anticipare al Governo le proprie decisioni operative. Non è la prima volta che l’esecutivo – nella sua collegialità o per iniziativa di un ministro (più o meno) competente nella materia – si intromette in un’operazione di carattere industriale. Non ci siamo dimenticati del disastroso caso Cirio e il caso dell’Abertis è ancora fresco (e non è sopita l’irritazione delle autorità della Ue). Soprattutto, destano preoccupazioni alcune valutazioni che circolano in queste ore. Nel cuore dell’Europa del mercato unico (per di più in piena globalizzazione) riaffiorano singolari propensioni nazionalistiche (tanto che i partner dell’Unione vengono definiti “stranieri”). Suggestioni ed istanze, queste, che credevamo sepolte dopo le vicende che portarono, lo scorso anno, al traumatico ricambio al vertice della Banca d’Italia. E’ vero che non siamo i soli ad aver voglia di “campioni nazionali” da difendere ad ogni costo. La Francia, ad esempio, non ha mai esitato a dar sfoggio di propositi protezionisti, magari potendo giovarsi di una sorveglianza meno occhiuta di quella che la Commissione riserva agli atti del nostro Paese. Ma questi discorsi – tipici di uno scolaretto colto impreparato – lasciano il tempo che trovano. E’ presente nel dna dell’attuale maggioranza una sfiducia di fondo nelle dinamiche dei mercati, ritenuti, per loro natura, irrazionali e bisognosi di indirizzi ed orientamenti (non è stato forse Francesco Rutelli a criticare, con giudizi pesanti, il pacchetto di proposte che il ministro Bersani sta predisponendo in tema di politica industriale?). A tali vizi culturali di carattere genetico si aggiungono i riflessi pavloviani dei sindacati (Cgil, Cisl e Uil sanno solo usare l’argomento dello sciopero) per i quali la salvaguardia dei posti di lavoro (si veda come è ridotta l’Alitalia) deve “fare aggio” su ogni altra considerazione di efficienza, trasparenza, economicità e produttività. La reazione del Governo nel caso Telecom-Tim finisce anche per sollevare interrogativi non irrilevanti a proposito della mega-fusione Banca Intesa-S.Paolo (Prodi era stato informato in anticipo ?), come se l’operazione fosse da ritenersi positiva soltanto perché ne sono stati protagonisti (ecco ciò che farebbe la differenza) istituti di credito nazionali, i quali hanno agito, per di più, all’insaputa dei partner europei. Dell’atteggiamento del Governo non c’è da stupirsi, se solo si ricordano le considerazioni del Programma (dove stava scritto, che nei servizi a rete la proprietà delle reti deve rimanere pubblica) e le propensioni, sindacali e politiche, a rimettere in piedi forme di intervento pubblico in economia. Per fortuna, la Fiat se la sta cavando da sé; altrimenti avrebbero preso piede le rivendicazioni di coloro che teorizzavano una “nazionalizzazione” del gruppo torinese. Tutto ciò premesso, l’erede di una delle “grandi famiglie” del capitalismo italiano, ancorchè legittimato ad agire in proprio nel modo degli affari, non ci fa una gran figura. Tronchetti Provera (come altri imprenditori) ha ridimensionato la presenza nei settori aperti alla concorrenza (come la gomma della Pirelli), riconvertendosi in quelli operanti al riparo del mercato interno (come la telefonia). Ora che anche quel comparto (specie nella telefonia mobile) è lambito dalla concorrenza, il gruppo tenta di allocare le proprie risorse (e l’indebitamento Telecom ?) nelle prospettive della comunicazione; ovvero, ancora nei business che si svolgono all’ombra delle concessioni pubbliche. E pensare che in Cina la delegazione italiana, in queste ore , tenta di accreditare le dinastie imprenditoriali nostrane di fronte alla tigre asiatica.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario