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Il decreto "valore cultura"

La cultura che tuteliamo è sempre quella burocratica

Il ministro Bray ce la sta mettendo tutta. Ma gli sforzi sono vani

di Davide Giacalone - 06 agosto 2013

Varando l’apposito decreto legge, denominato “Valore cultura” (oramai i decreti hanno nomi sempre più propagandistici, talché qualcuno è bene avverta i governanti che tale era l’abitudine del cavaliere, ma non l’ultimo, bensì Benito), il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha detto che quella è una “priorità”. Ho l’impressione che sia prioritario su tutte le priorità che a Letta sia fornito un vocabolario, aperto alla voce “priorità”, sì che prenda atto del reale significato di quel termine, non affibbiabile a tutto, più volte al giorno e tutti i giorni della settimana. Se una cosa è prioritaria è segno che un’altra è secondaria. Fa prima a darci l’elenco delle seconde. Superati i problemi di dizionario si scopre che: a. per garantire il credito d’imposta ai produttori cinematografici si conferma l’aumento delle accise sulla benzina, vale a dire tasse contro tasse, l’esatto contrario del necessario; b. che le donazioni dei privati alla cultura possono arrivare fino a 5mila euro, che le chiamerei elemosine e si vorrebbe sapere perché non dovrebbero essere detraibili cifre più consistenti e dignitose; c. che ai privati non può essere assegnata la gestione di beni culturali. Tante scempiaggini in un solo decreto dimostrano che la fantasia conservativa e la sudditanza dei governanti alle perversioni burocratico-clientelari non declinano. A questo si aggiunga l’osservazione secondo cui un decreto simile non ha precedenti negli ultimi trenta anni. Ne avremmo volentieri vissuti altri trenta, senza.

La cosa singolare è che si mette particolare enfasi nella nomina di commissari e direttori con ampi poteri, evidentemente trascurando che il compito di chi governa non è mettere pezze, ma ristrutturare il modo complessivo di amministrare un settore, non procedendo per eccezioni e deroghe. Curiosa è la particolare enfasi per le nomine riguardanti Pompei e la Reggia di Caserta, ovvero i luoghi presso il quali, secondo quanto ci è stato raccontato dalle cronache, il ministro Massimo Bray si è recato (usando vari mezzi di trasporto, tranne l’auto, che non è più propagandisticamente indicata). Suggerisco agli altri siti pericolanti e mal messi d’invitarlo per i prossimi fine settimana. Non si sa mai.

Preciso subito che credo stia mettendocela tutta e anche facendo un buon lavoro, ma la struttura di questo decreto dimostra quanto la sua sia una strada in salita. Per la quale, forse, non ha l’attrezzatura necessaria. Egli, del resto, è anche ministro del turismo. Se fra le “priorità” governative non ci fosse solo quella di trovare soldi pubblici per il maggio fiorentino (tutti gli innovatori politici finiscono nella gloria di battere alle casse pubbliche), ma pure quella di prestare un occhio all’Italia che lavora e rischia in proprio, si accorgerebbe che dalle riviere ai monti il turismo di questa estate soffre (un poco) per il numero delle presenze e (molto) per la diminuzione della spesa. Naturale, visto che il reddito disponibile degli italiani è sceso e agli stranieri, cui dovremmo fare ponti d’oro, invece mettiamo ostacoli dissennati.

In vista dell’Expo 2015, con prodigioso masochismo, si sta rendendo sempre più difficile l’ingresso dei cinesi in Italia, posto che la metà dei loro che chiedono il visto neanche ricevono una risposta dalle nostre autorità diplomatiche. Capito? La metà dei potenziali turisti cinesi li teniamo a casa loro perché la burocrazia non sbriga i visti. Ora li si rende più complicati. Si dice: serve a evitare l’immigrazione clandestina. Perché, conoscono clandestini che chiedono il visto? Fra poco i clandestini saranno gli italiani in Cina non i cinesi in Italia. Quindi, ove il ministro del turismo abbia in animo di far cosa utile, anziché imbarcarsi in decreti di cui non vedrà gli effetti, pianti una grana con i colleghi: cancelliamo i visti o, quanto meno, snelliamo drasticamente la procedura. Sono soldi che potrebbero entrare e che noi cacciamo alla frontiera.

Le cose da farsi sono note. Ed è anche facile farle. Se solo a decidere fossero persone che non finiscono ostaggio di una burocrazia demenzial-conservatrice, che ne spegne i bollori e ne stronca gli allori. Il compito dei ministri è quello d’imporre soluzioni, sulle quali si spera abbiano meditato prima di diventare ministri. Se, invece, dipendono dalle maggiori competenze dei burocrati non resta loro che trovare nomi reboanti per testi rinvianti e complicanti, accompagnandoli con proclami di priorità che suonano tanto nullità.

www.davidegiacalone.it
@DavideGiac

Pubblicato da Libero

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