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Italia sul baratro

La crisi non l'ha creata Monti. Ma nemmeno risoltaa

Anche il governo Monti sta cadendo nella politica degli annunci

di Davide Giacalone - 26 maggio 2012

Mettere sul conto del governo Monti i guai dell’Italia non è ingeneroso, è stupido. Anzi, la nascita di questo governo si deve proprio al fatto che altri, nel corso delle diverse legislature, in una forsennata alternanza fra destra e sinistra che non ha mai premiato il governo uscente, non sono stati capaci di farvi fronte.

Sta di fatto, però, che esaurito il lavoro di pronto soccorso, non risolto l’infarto dello spread (né sarebbe stato possibile, ma di questo devono prendere atto quanti sostenevano il contrario, non noi che lo escludevamo), il governo ha ripreso la consolidata pratica degli annunci illusori. Mi riferisco sia agli 8 miliardi per i giovani che ai 30 per i pagamenti dei debiti statali verso le aziende.

L’esordio pro-giovani, per il governo Monti, fu la possibilità di aprire società versando un solo euro di capitale. Osservammo che era una cosa strampalata e inutile, come si è dimostrato. Ora giunge la promessa di 8 miliardi, a valere su fondi europei che scadono l’anno prossimo. Purtroppo si tratta di un annuncio non accompagnato da alcunché di concreto e giudicabile, da nessun piano operativo, neanche dall’indicazione di come verrebbero assegnati e spesi. Talmente poco che non si lascia spazio a un’opinione negativa. Il nulla che si specchia nel nulla.

I giovani, come tutti i lavoratori esclusi dal mercato, quindi anche le donne, hanno interesse a che il mercato diventi più elastico e permeabile, che sia più facile licenziare, affinché sia più facile assumere. Fin quando gli ammortizzatori sociali saranno indirizzati a tutelare chi ha già un lavoro è evidente che gli esclusi resteranno tali.

In quanto alle aziende, il fatto che non ne sorgano (o crescano) di nuove e innovative, quindi non si crei nuova occupazione, dipende dal fatto che la pressione fiscale, contributiva e burocratica sono tali da sopprimere la libera iniziativa.

Quel che serve, quindi, è la riforma del mercato del lavoro, più coraggiosa di quel che si prepara. Una riforma del sistema formativo che premi la qualità e la competizione, ovvero l’opposto di quel che abbiamo. Una fiscalità che scenda, portando in basso la spesa pubblica corrente e improduttiva. E via così andando. Se gli 8 miliardi, ammesso che siano spendibili, finiranno sul terreno cementificato di un mercato reso sterile scorreranno via come spesa assistenziale. Sprecati.

In quanto ai pagamenti, a parte l’orrore di presentare come grande novità l’onorare un dovere, a parte l’ulteriore spaventosa necessità di varare quattro decreti legge perché si possa rispettare la legge (non ha senso prendersela con il governo, per questo, perché così è ridotta l’Italia statale), restano i numeri: i debiti della pubblica amministrazione verso i fornitori ammontano a 70 miliardi, pari al 4% del prodotto interno lordo, e i ritardi di pagamento si stabilizzano a una media di 12 mesi. Pessimo.

Cosa annuncia il governo? si trovano 30 miliardi, a fronte dei quali chi ha un credito chiede, dopo avere scaricato un modulo, che sia certificato, ottenendo risposta entro 60 giorni, se l’amministrazione non risponde l’interessato si rivolge alla ragioneria generale, che risponde entro altri 60 giorni, dopo di che la data del pagamento è fissata entro 12 mesi. La somma fa: 16 mesi. Se non si vuole ottenere il pagamento diretto, se si va in banca a cederlo (questa è la novità), dopo la certificazione, si paga un prezzo per il servizio. Tradotto: è stata inventata una tassa sul credito, a beneficio delle banche.

Che sono le stesse che non avrebbero mai concesso prestiti a quegli imprenditori ora costretti a cedere parte dei loro crediti, per potere incassare liquidità che spetterebbe totalmente loro. Quindi: o i tempi si allungano oltre l’anno, o i soldi dovuti si accetta che diminuiscano, spartendoli con chi non ti fa credito.

Ripeto: chi dice che la colpa è del governo Monti è un imbroglione, ma chi dice che del governo è il merito si candida ad essere il suo degno compare. Se, invece, s’imboccasse la promettente via della dismissione di patrimonio pubblico, a fronte di una liquidazione, anticipatamente chiesta al mercato, di 100 miliardi (un sesto del possibile, quindi misura agguantabile), si potrebbe sia abbattere il debito pubblico che pagare i debiti verso i fornitori, così facendo scendere il tasso d’interesse che lo Stato paga e facendo salire il pil.

Sapete perché nessuno scommette su questa ricetta? Perché i più lungimiranti parlando e propagandano con un orizzonte temporale massimo che arriva fino alla prossima primavera, gli altri non vanno oltre il proprio naso. Alle promesse seguono le delusioni, però, che vanno a miscelarsi con la crisi e con il dilagante senso di vuoto, dando luogo a misture mefitiche.

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