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Al di là delle illusioni sulla regolamentazione

La crisi <i>made in Usa </i>non è un incidente di percorso

Allocazione delle risorse e allocazione del rischio: due parallele che non corrono insieme

di Elio Di Caprio - 27 maggio 2009

La crisi è di sistema, ma il sistema (capitalistico) regge e ancora reggerà. Sembra questo l’ultimo ritrovato dei tanti analisti che si affaticano a scrutare un futuro divenuto all’improvviso indecifrabile. Bolle speculative che vanno, bolle che vengono, dobbiamo prepararci. Tanto vale, per non essere ancora una volta presi in contropiede e spiazzati, prevedere o comunque non escludere - come ha fatto recentemente l’istituto ASPEN a Venezia - un ritorno, dopo i “devastanti” mutui sub prime, di altri mostri finanziari a media o bassa intensità che possano farci ricredere sul fatto che tutto sia passato e basta la fiducia in sé a dare carburante al motore mondiale dell’economia.

Secondo Giorgio Ruffolo il capitalismo ha i secoli contati, per Giulio Tremonti siamo stati ad un passo dal cataclisma agli inizi dell’ottobre scorso quando non si sapeva se la borsa di Londra avrebbe aperto o chiuso l’indomani con effetti irrimediabili a cascata sull’intera economia e finanza mondiale.

E cosa sarebbe successo in questo caso? Nessuno lo dice, non si può prevedere il passato, ma nemmeno si può dire che il pericolo è scongiurato per sempre. Siamo destinati – così sembra - per altro tempo ancora a camminare sul filo del rasoio di un sistema intrinsecamente malato, ma indispensabile ben sapendo che il patatrac finale mai ci sarà, non fosse altro perché è difficile pensare al dopo, non si può andare oltre il capitalismo per tornare al socialismo.

Si può solo modificare il capitalismo, non abolirlo. Almeno questo è il risultato dell’onda liberista degli ultimi venti anni, che ha spazzato insieme il comunismo alla sovietica e quello alla cinese. Tutti parlano male del capitalismo, ma poi tutti vi ritornano. Il sistema di economia di mercato è lo strumento migliore di allocazione delle risorse come recitano tutti i manuali di politica economica alla Friedman.

Sì, è ancora così e non ci sono alternative. Ma la sua trasformazione nel turbo capitalismo finanziario è una dannazione logica o culturale conseguente? E’ comunque rispondente pur sempre agli immodificati istinti (primitivi) di avidità dell’uomo moderno che ora più di prima può organizzare scientificamente una rapina a danno degli altri profittando dei mezzi poderosi messi a disposizione dalla tecnologia e da internet?

Il tragico e il paradosso è che non si tratta neppure di una rapina a mano armata, è una rapina a soggetti consenzienti, individui in cerca di facili arricchimenti o governi ed istituzioni finanziarie che hanno trovato il loro tornaconto nel gioco finanziario globale.

Come definire se non consenziente ( o ignorante?) lo stesso governo americano che ha permesso fino all’ultimo che le sue bolle si ingrandissero fino a scoppiare, allocando il rischio divenuto globale in direzione della Cina e di gran parte di quei fondi sovrani che fino all’ultimo si sono prestati a finanziare le banche americane sovra esposte? Come non ritenere consenzienti i maggiori Paesi europei, dalla Gran Bretagna, alla Germnia e a cascata agli altri Paesi europei che - euro o non euro- non hanno potuto sottrarsi al “virus” generale, ognuno intento a salvaguardare tra mille equilibrismi finanziari la sua pace sociale?

Il risultato è stato quello che nessuno si aspettava: l’Italia in crisi - da un quindicennio il PIL cresce pochissimo e l’indebitamento ad oltre il 100% del PIL non diminuisce- sembra meno in crisi degli altri perchè ha fatto da battistrada ad analoghi o peggiori scenari di crisi economico-finanziaria che già si presentano in gran parte dei Paesi europei e negli stessi USA e dureranno, secondo i calcoli, per almeno altri quattro anni. L’euro non ci ha affatto salvati – è un fatto, non una valutazione - dalle conseguenze di questa che, comunque vada a finire, può ben definirsi una sconfitta storica del capitalismo americano. Almeno questo lo si può dire, è quel capitalismo presuntamente esemplare che è fallito, al di là delle analisi economiche o sociologiche sul capitalismo in sé o sulle analogie o differenze con la grande crisi del ’29.

La parola d’ordine è regolare, ma come regolare globalmente il capitalismo made in USA quando gli americani si trovano a dover fronteggiare da soli il problema ben più immediato del possibile declassamento del loro debito pubblico che indebolirebbe ancor più il dollaro quale principale moneta di scambio internazionale?

Il capitalismo che si fonda sulla razionalità (oltre che sull’avidità) dell’uomo occidentale ha avuto sempre una sua logica intrinseca. Il mondo non è impazzito all’improvviso, è solo stata portata alle estreme conseguenze una logica interna di sistema. Forse è questo il motivo di tanto interesse e curiosità per la crisi inspiegabile o troppo spiegabile che viviamo: i dibattiti infiniti sulla sua prevedibilità e sulle previsioni future di cosa potrebbe accadere dopo la tempesta, arrivano tutti alla soluzione logica e razionale, la più facile e scontata: e’necessaria una regolamentazione globale. Ma veramente basta questo, ammesso che sia possibile?

La crisi finanziaria iniziata da circa due anni ed esplosa otto mesi fa ci insegna che qualcosa di molto più critico non ha funzionato. L’allocazione migliore delle risorse, il vero plus dell’economia di mercato che produce automaticamente l’innovazione e gli investimenti produttivi non basta, non funziona più e diventa distorsione globale quando non è accompagnata da una parallela assunzione del rischio.

Dalla allocazione delle risorse si è passati disinvoltamente, ma del tutto logicamente, alla dislocazione del rischio con l’aiuto della leva finanziaria e ciò non è successo solo negli USA. Frutto dell’avidità e dell’istinto di rapina di individui, banche e governi? O ignoranza globale di cosa sarebbe potuto accadere? L’umanità ha trovato sempre soluzioni empiriche a tutte le crisi, le troverà anche a questa, al di là dei costi che ora come non mai colpiranno selettivamente le economie più deboli.

Se non altro però nessuno, da ora in poi, avrà più il coraggio di indicare modelli e ricette prevalenti di sviluppo economico che tutti dovrebbero seguire o inseguire, pena restare esclusi dall’arricchimento globale.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario