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Recessione, mal comune mezzo gaudio?

La crisi, l’Europa e la Turchia

Apriamo le porte alla Turchia e prendiamo esempio da uno stato che ha messo il turbo

di Enrico Cisnetto - 20 aprile 2009

Recessione, mal comune mezzo gaudio? Sì, se il male fosse davvero comune. Ma così non é. Prendete, per esempio, la Turchia: non solo negli ultimi sette anni è stata non meno strategica dei paesi Bric (Brasile, Russia, India, Cina), ma ora nel pieno della crisi mondiale è tra quelli che se la cavano meglio. E non solo, o non tanto, per lo stesso motivo per cui si era detto un tempo che l’Italia fosse al riparo dalla crisi, ovvero per le sue carenze e per certo suo provincialismo nel settore creditizio.

No. E non c’è nemmeno da fare un paragone con la vicina e confinante Grecia, che secondo la Bce dovrebbe realizzare in questo 2009 “horribilis” una performance migliore di tutti i suoi colleghi europei, con un +0,2% del pil, quindi con un impatto quasi nullo della recessione (ma lì la crisi è strutturale, con l’export fermo al 20% del pil e il sommerso che arriva al 28%). Il caso della Turchia, invece, è profondamente diverso. Dopo aver subito, nel 2000-2001 la peggior crisi degli ultimi due secoli, con una recessione del 9%, un debito pubblico schizzato alle stelle, un’inflazione al 70%, dal 2002 Ankara ha messo il turbo: con un pil che da allora è cresciuto del 410%, passando da 181 a 741 miliardi di dollari del 2008, un pil pro-capite passato da 2.600 a 7.800 dollari (+300%), con un’inflazione scesa dal 70% al 10,1%.

La Banca Mondiale, da parte sua, prevede per i prossimi dieci anni una crescita media del 6-7%, il tutto con un buon equilibrio tra consumi interni e import-export. E tutto questo, si badi bene, non affossando i conti pubblici, che fanno sfigurare pure un membro fondatore dell’Ue come noi, con un rapporto debito-pil al 44%, dimezzato negli ultimi cinque anni. Prospettive di lungo periodo “cinesi”, dunque, ma senza gli squilibri e le fiammate tipiche di quell’economia, e con un pil che nel 2009 della recessione globale scenderà presumibilmente del 3,6%, meno dunque dell’Italia e della Germania che avranno un rosso tra il 4% e il 5%.

Un’economia – come ha spiegato il giovane ministro dell’Economia, Mehmet Simsek, nell’ambito del meeting italo-turco “Media and Economic Forum” che si è svolto a Istanbul sotto la presidenza del direttore generale di Finmeccanica Zappa – affamata di investimenti e rapporti commerciali, in particolare nell’energia, nelle infrastrutture, nell’automotive, nel farmaceutico, nella difesa. Settori in cui l’Italia è già in pole position, visto che siamo il terzo partner commerciale di Ankara, con un interscambio salito del 118% negli ultimi 4 anni e un numero di imprese che è passato dalle 18 del 1987 alle 696 del 2008.

Un rapporto proficuo che ci lega e che dovrà essere ulteriormente implementato, coerentemente con l’aperto sostegno offerto dal nostro Governo all’entrata di Ankara nell’Ue. Un sostegno che non è solo interessato: basti pensare al ruolo fondamentale attuabile dalla Turchia come polo di aggregazione di un Islam moderato, per rendere risibili certi “turco-scetticismi” che ancora si vedono in certe cancellerie continentali.

Del resto, come ha ricordato il brillante ministro degli Affari europei, Egemen Bagis, la Turchia è sempre stata europea. Anche ai primi del Novecento, quando era “il malato d’Europa”. Oggi, che ad essere malati sono un po’ tutti gli altri, farla finalmente entrare in Europa sarebbe non solo un atto di buonsenso, sarebbe un affare.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario