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Come cambia l'economia

La crisi e i nuovi modelli di consumo

Per rimanere protagonisti, è indispensabile mettersi al passo con le regole dell'economia globale.

di Enrico Cisnetto - 09 settembre 2013

Quanto manca al 2030? L’Ocse prevede che fra 17 anni l’economia cinese varrà il doppio di quella europea, mentre oggi è uguale. L’Europa, e a maggior ragione l’Italia – che è l’unico paese del G7 a chiudere in recessione anche il 2013 (-1,8%), contro il +1,7% degli Usa, l’1,6% del Giappone e lo 0,7% della Germania – hanno bisogno di guardare in faccia questa realtà fino in fondo, e capire non solo che viviamo in un mondo sempre più “sino-centrico”, ma che rimanere attori globali sarà possibile soltanto se ci si metterà al passo con la dimensione e le regole della nuova economia mondiale. Il che significa, per il Vecchio Continente diventare gli Stati Uniti d’Europa, pena tra l’altro la fine dell’euro, e per l’Italia trasformare la propria economia, troppo dipendente dalla mano pubblica anche quando è privata, in un sistema ad alto tasso di modernità.

Ma non sono solo quelli Ocse i dati che debbono farci più riflettere. Se dal 2007 in Italia il reddito disponibile è crollato di 10 punti e i consumi di 12, scendendo addirittura di 35 miliardi nell’ultimo anno (dati Confesercenti), e se dallo scoppio della crisi la spesa annua media di ogni famiglia (dati Coop) è diminuita di 3660 euro, significa che da noi oltre alla contrazione congiunturale tipica di ogni fase di crisi, si sta verificando un altro fenomeno: il ridimensionamento, questa volta strutturale, di un tenore di vita troppo a lungo superiore alle nostre reali possibilità.

Ergo, se è vero che l’Italia si tiene in piedi grazie ad un export che crescendo in proporzione al reddito mondiale può certamente essere ancora incrementato, ma non in misura tale da compensare la caduta della domanda interna, sarebbe necessario agire sui consumi. Ma qui, se vogliamo evitare di celebrare anzitempo la resurrezione del nostro pil, dobbiamo dirci due cose fondamentali. Primo. Il reddito disponibile non cresce autonomamente, come per miracolo. La domanda interna ha semmai un effetto moltiplicatore successivo alla ripresa, come effetto dell’aumento del reddito, ma non ne è il motore. Il quale è invece rappresentato dagli investimenti, come dimostrano le conseguenze – piccole perché pochi sono stati i soldi finora materialmente erogati - dei pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione. E c’è un solo modo per generarli, gli investimenti: trovare risorse per spesa pubblica in conto capitale e per tagliare le tasse sulle imprese detassando tutto ciò che è produttivo.

Come? Alienando patrimonio pubblico e chiamando a concorrere quello privato. Secondo: la crisi, oltre al portafoglio, ha intaccato anche le abitudini. I consumi, oltre ad essere diminuiti, sono cambiati, così come sta modificandosi il modo di vivere. I contratti a tempo indeterminato stanno per diventare una minoranza, il necessario non contiene più il superfluo, le vacanze sono mordi e fuggi, il discount è meglio della boutique. Solo nell’ultimo anno, gli acquisti online di abbigliamento sono cresciti del 41%. Si rinuncia ai vizi: Bacco e Tabacco non abitano più nel Bel Paese. Persino il piacere del caffè e la voglia di calcio registrano una forte flessione.

Insomma, inutile illudersi: i consumi non saranno mai più quelli di una volta, né nella quantità, né nella tipologia. Lo stato di necessità di oggi si sta trasformando in un nuovo modello di consumo di domani. Prenderne atto aiuta a capire cosa fare. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario