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La crisi di competitività è strutturale, i cambi sono solo un'aggravante

di Enrico Cisnetto - 29 novembre 2004

Il supereuro che sfonda quota 1,32 nel cambio col dollaro ci fa paura. Ma non è per questo che i cittadini di Eurolandia dovrebbero perdere il sonno (e forse anche qualche sogno).

E' vero, l'economia continentale che aveva dato segni di una flebile ripresa, rischia di essere completamente affossata da una moneta così forte, che favorisce l'economia americana a discapito di quella continentale e non disturba lo sviluppo straripante dell'Asia. Ma più che per i massimi storici dell'euro, dovremmo allarmarci per l'assoluta mancanza di reattività che caratterizza l'Europa.

Sul fronte monetario la soluzione è in mano soltanto alle banche centrali, ma il presidente della Bce non sembra averlo capito. Anzi, l'Eurotower di Francoforte sta diventando il simbolo della staticità europea: la tecnostruttura è persino riuscita ad inghiottire i propositi di rinnovamento di Jean-Claude Trichet. Il quale, nella sua infruttuosa apparizione al G-20 di Berlino, ha cercato una sponda impossibile nel potente capo della Federal Reserve, Alan Greenspan. Invece, gli americani hanno le idee molto chiare: il dollaro serve debole almeno fino a quando i "deficit gemelli" (bilancio e partite con l'estero) saranno così ampi.

Stessa chiarezza per la Cina, che tenendo il cambio fisso dello yuan con il dollaro, nonostante tutti chiedano una sua rivalutazione, continua a sfruttare la superiorità commerciale che si è guadagnata. Rimangono i giapponesi, che non temono di intervenire sullo yen qualora la caduta del dollaro dovesse pregiudicare le loro esportazioni negli Usa. Insomma tutti, tranne l'Europa, hanno una linea di condotta, conosciuta dagli operatori, e questo non può che aumentare la pressione (in questo caso all'acquisto) sull'euro "vaso di coccio".

Ma immaginiamo che, per magia, le monete tornino a rappresentare, nei loro rapporti di cambio, il valore reale delle economie sottostanti. Anche con un euro correttamente valutato - alla parità con il dollaro o anche più vicino ai minimi di 0,82 dell'ottobre 2000 e di 0,86 del febbraio di due anni fa - saremmo ugualmente qui a lamentarci.

Innanzitutto il caro-petrolio, e connessa inflazione, si farebbero molto più sentire. E quanto alle nostre bistrattate esportazioni, potrebbero avvantaggiarsene assai poco: ormai nella competizione globale la differenza sul lato dei costi la fanno solo i paesi emergenti, a noi rimane quello dell'innovazione tecnologica, della qualità e dell'esclusività. Le variazioni delle monete al massimo "rovinano" o "gonfiano" i risultati di un semestre, incidono sulla congiuntura. Ma l'Europa, e ancor peggio l'Italia, soffre di problemi strutturali, che il cambio sfavorevole non fa che esaltare, allo stesso modo in cui il superdollaro li obliava.

Proprio le diversità nella Ue dimostrano quanto l'euro sia un fattore poco decisivo della competitività internazionale: nei primi sei mesi l'export europeo è cresciuto del 7%, ma mentre la Germania prevede di chiudere il 2004 con un +10%, che compensa il calo dei consumi interni, per Italia e Francia performance e previsioni sono molto sotto la media. Con la differenza che i transalpini si consolano con una forte crescita nazionale. Come dire che i primi a doverci preoccupare di cose ben più pressanti del valore dell'euro siamo proprio noi italiani.

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