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Verso una new wawe of globalization

La crisi dei mutui subprime

Come difendersi? Cominciamo con la riscrittura di regole per le istituzioni finanziarie sovranazionali

di Enrico Cisnetto - 21 settembre 2007

Un fantasma si aggira per il mondo: quello delle istituzioni finanziarie sovranazionali. La crisi dei mutui subprime – oltre a mettere a nudo una (circostanziata) debolezza interna del sistema del credito e, soprattutto, aver dato un assaggio della ineluttabilità della “globalizzazione del rischio”, che si è spostata dagli Usa all’Europa grazie alla “coriandolizzazione” e all’impacchettamento del debito nelle “obbligazioni-salsiccia” – ha scatenato una serie di reazioni a catena i cui effetti stiamo già oggi cominciando ad apprezzare. Il (giusto) taglio del tasso di sconto per 50 basis point effettuato dalla Fed di Ben Bernanke ha causato in un sol colpo due record: quello del supereuro, schizzato oltre quota 1,40 dollari; e quello del petrolio, visto che un barile con consegna a ottobre è scambiato a 82 dollari e mezzo, un livello che a prezzi attualizzati ai corsi correnti è persino superiore ai 76 dollari del 1980.

Una concatenazione di eventi che segue un copione ormai ben definito, figlio della progressiva finanziarizzazione dell’economia – con tutte le opportunità speculative e i rischi ad esse collegati – ma anche dovuto al modello di sviluppo mondiale così come si è configurato negli ultimi anni. Un modello, come l’ha definito con una felice metafora Mario Baldassarri nel suo libro “The World economy towards global disequilibrium”, che vede Stati Uniti e Cina nei panni della cicala e della formica, e l’Europa nelle vesti della “bella addormentata”. Basti vedere la crescita del pil tra il 2000 e il 2005 per rendersene conto: la media cinese è stata del 9%, quella americana intorno al 4% mentre l’Europa si è dovuta accontentare dell’1%. Proiettando questi dati nel lungo termine, e valutando il pil a parità di potere d’acquisto, entro il 2020 tra le sette nazioni che cresceranno di più – Cina, Usa, India, Russia, Giappone, Brasile e Corea – non ce ne sarà nemmeno una del Vecchio Continente, con l’asse dello sviluppo mondiale che ormai si è spostato dall’Atlantico al Pacifico. Con il risultato che gli Stati Uniti che “molleranno” definitivamente l’Europa a favore dell’Asia.

Ma una crescita come quella americana, tutta finanziata dal debito con l’estero, può continuare soltanto se la Cina non smette di acquistare i bond del Tesoro Usa – già oggi ne possiede il 25% del totale, ma a questi ritmi potrebbe arrivare in 15 anni intorno al 50% – con tutte le implicazioni geopolitiche a ciò connesse. A meno che non si voglia usare l’arma della svalutazione del dollaro per riportare il debito Usa verso un più sostenibile 3% del pil, ma questo significherebbe portare il cambio con l’euro verso quota 2 (e magari lo yuan a 5 e lo yen a 61, come stima Baldassarri) con effetti negativi per la crescita mondiale, non solo americana. L’alternativa – l’unica possibile – è invece fare in modo che il trend delle valute s’inverta: che si arrivi a un apprezzamento consistente (30- 40%) dello yuan sulla divisa Usa e alla parità euro-dollaro. Il deficit di crescita che sconterebbe la Cina sarebbe comunque compensato dalla spinta della domanda interna e dal progressivo miglioramento della qualità della vita, mentre Eurolandia ne trarrebbe vantaggio in termini di export. Un gioco win-win, ma possibile soltanto se la governance mondiale conclude la sua “latitanza” e decide di giocare un ruolo nella complessa partita della crescita globale. Una new wawe of globalization, che impone la (ri)scrittura di regole per il Wto (con dentro la Cina), per il Fondo Monetario, per i G8-10, per le banche centrali.

Da dove cominciare? L’Europa ha una priorità: ripensare la Bce. Francoforte, in piena tempesta finanziaria, ha continuato con il leit motiv dell’inflazione per giustificare l’immobilismo sui tassi di interesse. Ma nel frattempo ha immesso nell’interbancario il triplo della liquidità immessa della Fed. E quando si è trovata sotto il tiro di Sarkozy, non ha saputo fare altro che rispondere con la solita cantilena che la crescita non è affar suo. Dunque, a Bruxelles come nelle grandi cancellerie si discuta subito di come riscrivere lo statuto della Bce – se necessario, copiandolo con la carta carbone da quello della Fed – senza la paura di essere bollati di interventismo. Non si tratta di dirigismo, ma di stato di necessità. Come dimostra la brutta vicenda della Northern Rock – in cui la Banca d’Inghilterra ha persino garantito direttamente i correntisti, naturalmente dopo che il governatore Mervin King aveva fatto il solone contestando gli interventi di Fed e Bce – c’è sempre un motivo più stringente delle ideologie.

Pubblicato su il Foglio di venrdì 21 settembre

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