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È ora di mettere in campo una doppia manovra

La crisi è veramente finita?

Per fronteggiare la recessione, occorre adottare misure per gli effetti di breve termine

di Enrico Cisnetto - 15 giugno 2009

Quelli che “la crisi è finita”, andateci piano. Almeno se si parla della recessione italiana. Di fronte al dato di aprile della produzione industriale, il partito degli ottimisti ha rialzato la testa, parlando di svolta. Ma a ben vedere, quel +1,1% rispetto a marzo certifica, al massimo, che si è arrestata la caduta, non che si è invertita la rotta. Tanto che su base annua, l’andamento tendenziale su aprile 2008 fa segnare un drammatico -24,2%, mentre Confindustria ha già versato acqua sul fuoco informandoci che maggio con un -1,2% si mangerà subito il “recuperino” di aprile. D’altra parte, il clima tra i giovani imprenditori riuniti a Santa Margherita sembra essere più quello dello scetticismo che della convinzione che il peggio è passato, se è vero che ascoltano con viva preoccupazione le sagge parole – “la crisi dell’economia reale deve ancora dispiegarsi in tutta la sua gravità” – di uno cui pure gli affari continuano ad andar bene come Nerio Alessandri.

Ma quel che più conta, in molti industriali comincia a far breccia l’autocritica che il patron di Technogym chiede ai suoi colleghi di fare: “non abbiamo capito l’emergenza”, “manca il senso della profondità della crisi”, “ci limitiamo a galleggiare”. Tanto che Federica Guidi, saggiamente, preferisce chiudere la stucchevole contesa con le banche, conscia che una componente importante della rarefazione del credito è la caduta degli investimenti e la mancanza di progetti seri (conforta questa tesi, che esprimo da tempo, un ottimo articolo di Guido Gentili sul 24Ore).

Dunque, il tema è che l’industria italiana sta lasciando sul terreno della crisi un quarto della sua attività, e che sarebbe ora di mettere in campo una doppia manovra: fronteggiare la recessione, sostenendo produzione e domanda interna, ma senza sostenere tutto e tutti indistintamente; riformulare il modello di sviluppo per agganciare la ripresa mondiale quando la congiuntura cambierà. Finora, invece, contro la recessione si è fatto poco, e per di più quel poco (vedi l’uso della cassa integrazione) non è stato selettivo. Insomma, il contrario di quel che serve.

Quali potrebbero essere le misure da adottare subito per gli effetti di breve termine? La riduzione del carico fiscale per le imprese (come ha chiesto la Guidi), la compensazione debiti-crediti verso le pubbliche amministrazioni e l’immediata concessione delle garanzie Sace (e/o Cdp) per lo smobilizzo delle fatture inevase dalla Pa (il premier ha freneticamente applaudito Giorgio Guerrini all’assemblea di Confartigianato quando chiedeva questo, ma farlo dipende solo da lui).

E poi il riavvio delle grandi opere lasciate in standby – qualcuno ha più sentito parlare della Torino-Lione o sa a che punto siano i cantieri delle famose priorità? – e una parola certa sul ritorno del nucleare. Su quest’ultimo tema, decisivo per mettere a punto un piano energetico che, riequilibrando il mix delle fonti, finalmente riduca il nostro atavico gap, il centro-destra si è speso in campagna elettorale e coerentemente il ministro Scajola ci ha messo la faccia. Ora a frenare è niente meno che il presidente del consiglio, il che, oltre ad essere sconcertante, getta un’ombra sull’intera politica economica del Governo.

Il tutto con quali soldi? Con la riduzione della spesa pubblica ottenuta dalle riforme strutturali, a cominciare da quella delle pensioni. Senza perdere altro tempo.

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