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Public Policy

Ognuno è artefice del proprio destino

La crisi è dei mestieranti

La sfiducia dei cittadini? Ė figlia di una politica misera. Non sputiamo nel piatto

di Davide Giacalone - 25 maggio 2007

Che sia D’Alema a scoprire la crisi della politica mi pare cosa curiosa, visto che non ha fatto altro nella vita ed altro non vuol fare. Che sia il Corriere della Sera ad avvertire disagio per la scarsa coerenza e rigore di chi governa è cosa singolare, visto che per gli stessi quel quotidiano fece propaganda. Jannacci cantava: “quelli che, ti spiegano le tue idee senza fartele capire”. Prima d’accodarsi, quindi, suggerisco d’interrogarsi su cosa preoccupa questi signori.
Essi vedono che il governo è già morto, ma Prodi si rafforza gestendo sapientemente il potere. Vedono che il partito democratico è in un vicolo cieco, affollato di correnti, coordinatori e costituenti che, a confronto, la democrazia cristiana era un partito monolitico. Vedono il discredito che si sono guadagnati sostenendo prima che c’è il buco e poi il tesoretto, che si devono ritirare le truppe e poi rafforzarle, che si deve scarcerare e poi arrestare di più. Conoscono il fallimento del loro bilancio politico e sperano di distrarre il pubblico menando colpi contro l’antipolitica. Ma che roba è? Se è lo sventolio della bandiera antipartitica ed il criticare le carriere per fare carriera, allora se la sono portata al governo: diano uno sguardo a Pecoraio Scanio. Se è il governo dei tecnici, vale a dire dei non eletti, non c’è formula più antipolitica. Tale misera sorte se la son guadagnata in parte perché mestieranti accompagnati da gente senza mestiere, ed in parte perché tale è la debolezza intrinseca al bipolarismo fasullo.

Si poteva porre rimedio, dopo il risultato elettorale, prendendo atto del sostanziale pareggio e lasciando spazio ad un governo di tregua, per fare le riforme. Ma Prodi non ci pensava nemmeno, tutto intento ad intascare la sua parte. Si poteva chiudere l’agonia alla prima crisi, ma temevano che sarebbe stato Prodi a liberarsi di loro, e non viceversa. Allora, oggi, s’industriano a far i pensosi a porre il problema della crisi della politica, che è la loro crisi. Già, perché l’Italia ha le carte in regola per riprendere, con più libertà per tutti, la via dello sviluppo vero e forte. Le idee e le proposte ci sono, e qui ne abbiamo esposte e documentate molte. Tanti, troppi sono stufi e stanchi, è vero, ma di una politica misera, di cui è principe chi oggi la critica.

Pubblicato su Libero di venerdì 25

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario