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Presentato il rapporto Ires-Cgil 2005

La crescita dell’occupazione non è reale

Secondo i dati del rapporto l’aumento sarebbe dovuto alla regolarizzazione dei clandestini

di Lucio Fava del Piano - 10 giugno 2005

Non c’è paradosso, non c’è anomalia, non c’è contraddizione. L’idea secondo cui in Italia convivano un calo della produttività e un aumento dell’occupazione è semplicemente falsa. E questo avviene perché gli occupati non sono in aumento.

È quanto emerge dal Rapporto Congiunturale Ires Cgil 2005. Nella ricerca, presentata a Roma dal suo autore, Eduardo Carra, si spiega infatti che “la crescita occupazionale nell'ultimo biennio è da ricondurre in gran parte all'incremento della popolazione extracomunitaria registrata in anagrafe”. In altre parole, i nuovi occupati sarebbero immigrati che erano già in Italia e già lavoravano, in nero. Il Rapporto ha quantificato in 700.000 unità le regolarizzazioni del biennio 2002-2004. Stando così le cose, il dato del periodo porta a evidenziare una perdita di circa 37.000 posti di lavoro, a fronte di un aumento di mezzo milione di occupati che emerge dalle statistiche ufficiali.

A ciò si aggiungono le considerazioni sulla più generale perdita di competitività dell’Italia, su una crescita del Pil stimata per il 2005 in un modesto 0,6 per cento e su un rapporto deficit/Pil che, al netto di interventi occasionali, oscilla da un biennio tra il 5 e il 6%.

Motivi sufficienti, secondo la segretaria confederale Cgil Marigia Maulucci, per parlare di quattro anni sprecati, o meglio sbagliati, e per prevedere che, in mancanza di una manovra correttiva adesso, ci troveremo a dover affrontare “fra pochi mesi una finanziaria che viaggerà intorno ai 40-50 miliardi di euro”.

La Cgil ha poi presentato le sue ricette per affrontare l’emergenza economica del Paese. Con una doppia premessa: sbagliato prendersela con l'euro, che probabilmente ha evitato il peggio. E soprattutto ipocrita prendersela con la Cina e la sua presunta “concorrenza sleale”. Il Rapporto sostiene infatti che nel 2004 “la Cina ha speso in ricerca scientifica 22,3 miliardi di dollari. Due volte in più dell'Italia, in termini assoluti, sei volte in più se si tiene conto del reale potere d'acquisto della moneta cinese. La Cina si colloca dopo Stati Uniti e Giappone come terza potenza tecno-scientifica del mondo e l'hi-tech rappresenta il 25 per cento delle sue esportazioni”. In Italia è solo il 10 per cento.

Scartato anche il taglio dell’Irap, che aggraverebbe lo stato dei conti pubblici, per la Cgil bisognerebbe rilanciare e migliorare il modello produttivo, e favorire i lavoratori impoveriti in questi anni, restituendo loro il fiscal drag e facendo crescere realmente i salari.

La conclusione è che è necessario individuare i settori in cui l’economia italiana dovrà svilupparsi, lanciando progetti per il futuro. Progetti che coinvolgano “imprese, università e centri di ricerca a dimensione europea”.

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