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Il taglio dell’Irap è necessario più che mai

La Corte dei Conti conferma il declino

Ripartire azzerando i gesti da campagna elettorale e tornando a concertare

di Enrico Cisnetto - 25 giugno 2005

Un’ulteriore conferma alle preoccupazioni più gravi. Ma anche un’idea per mettere il punto e ripartire. Arriva dalla Corte dei Conti l’ennesimo giudizio negativo sullo stato di salute dell’economia italiana. La fotografia scattata ieri dal presidente Staderini – cui va il merito di non demordere nella denuncia sul declino strutturale che ci rifiutiamo di guardare in faccia – è quella di un Paese che vive da tempo al di sopra delle proprie possibilità, che continua a produrre troppo deficit (quest’anno potrebbe superare il 4% del pil), rischia di veder ricominciare a salire il debito, a differenza di quanto concordato in sede Ue, e soprattutto che non riesce a schiodarsi dalla crescita zero cui si è condannato. Non basta: alla Corte preoccupano anche i conti “drogati” dalle misure fiscali una tantum, lo scarso impegno del governo nel recupero dell’evasione e le spese dello Stato che diminuiscono a livello centrale mentre aumentano a quello locale.

Tutti giudizi più che condivisibili, che se da un lato aumentano la consapevolezza della dimensione della crisi, dall’altro fissano comunque un punto dal quale sarebbe (forse) possibile ripartire. La Corte, infatti, suggerisce al governo un intervento immediato, anche se non restrittivo. L’idea giusta per il ministro Siniscalco, al bivio tra lo scrivere la Finanziaria tenendo conto delle indicazioni di Bruxelles e dare retta a Berlusconi, che per esigenze elettorali non vuole né mettere mano in alcun modo alle tasche degli italiani, né tanto meno sacrificare i conti dello Stato più del dovuto per rilanciare la propria credibilità europea. E’ vero che somministrare ad un malato grave una medicina troppo forte significherebbe farlo morire (Siniscalco dixit), ma anche continuare a dargli un’aspirina ogni mese non sembra affatto la cura giusta della malattia.

Al suggerimento della Corte, infatti, c’è da aggiungere la considerazione di fondo per cui non basta mettere a posto i conti di anno in anno – magari a suon di una tantum – per creare le precondizioni di una ripresa strutturale e durevole. Non dimentichiamoci che l’Italia è l’unico Paese dell’Unione ad essere congiunturalmente in recessione e strutturalmente in deficit, l’unico che ha “sforato” i parametri europei senza neppure avere il vantaggio di un po’ di crescita “drogata”. Sono fattori che dovrebbero piuttosto far riflettere su come inserire un’operazione di natura congiunturale – in questo caso una pulizia del “filtro” dei conti e un’iniezione di benzina nel motore della crescita – dentro un quadro di scelte strategiche, il che comporta la necessità di portare la macchina dell’economia italiana dal meccanico per una profonda revisione. Un esempio lampante di questa politica del “doppio binario” potrebbe riguardare il taglio dell’Irap, fino ad oggi solo millantato. Oltre a respingere l’impressione che il rinvio non sia da ascrivere ad una scelta premeditata del premier, che sotto sotto sembra ancora propenso a interventi sull’Irpef elettoralmente più paganti, dal governo ci si aspetta che sappia trovare risorse sicure – per capirci, aumentare l’Iva o intervenire su patrimoni e rendite finanziarie, non promettere il recupero dell’evasione fiscale, la lotta al sommerso o il taglio delle spese improduttive, tutte cose che non s’improvvisano – ma nello stesso tempo non regalare la diminuzione dell’Irap a tutti. Il che significa saper scegliere su quali settori puntare e usare la leva fiscale come strumento di politica industriale. Avremmo in questo modo un esempio di manovra di breve ma anche di medio-lungo termine.

Il governo, dunque, dovrebbe correre a scrivere la Finanziaria nei locali della Commissione a Bruxelles, sedendosi a un tavolo con umiltà e proponendo, qualora se ne presentasse l’occasione, idee italiane per le future politiche dell’Unione, che abbiano poi in tempi medi dei ritorni effettivi (quelle sì) nelle tasche degli italiani. Solo così si potrà guadagnare il tempo necessario al risanamento duraturo dei conti e allo stesso tempo provare a guardare lontano. Un’idea su tutte: un modello italiano per il welfare europeo ancora tutto da costruire, che badi alla giustizia sociale ma ristabilisca in tempi brevi l’equilibrio tra vita attiva e periodo di pensionamento.

Ripartire si può, dunque. Ma lo si deve fare azzerando i gesti plateali da campagna elettorale e ricominciando a concertare seriamente con le parti sociali, proponendo loro un nuovo modello di sviluppo che faccia leva su un patto quanto più possibile ampio, capace di ripartire i sacrifici su tutte le classi e gli interessi, nessuno escluso, ma che nello stesso tempo sappia offrire a ciascuno la prospettiva di un futuro che torni ad essere di speranza. Ci troviamo di fronte ad un bivio decisivo, la classe dirigente di queste Paese si assuma la responsabilità di indicare la strada giusta.

Pubblicato sul Gazzettino del 24 giugno 2005

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