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Calcio e diritti tv: riformare come?

La contrattazione collettiva non basta

La campagna dei presidenti di A dimentica tutti gli altri problemi del pallone

di Alessandro D'Amato - 17 gennaio 2006

La notizia non è di quelle che fanno sobbalzare dalla sedia, se non altro perché nessuno si aspettava il contrario. Nel calcio, oltre che sul mercato dei diritti tv, anche su quello delle sponsorizzazioni si allarga la forbice di raccolta tra grandi e piccoli club. Juventus, Milan e Inter raccoglieranno nel 2006, infatti, 37,9 milioni dalle sponsorizzazioni principali (Tamoil, Opel e Pirelli), cifra pari al 57% di quanto incassato dall’intera Serie A (era il 52% nella scorsa stagione); gli altri 17 club si spartiranno quindi il restante 43%. A dirlo è l’Indagine Predittiva 2006 ‘Il Futuro della Sponsorizzazione’, di StageUp e Ipsos. Juventus, Milan e Inter, nel 2005/06, vedranno aumentare i ricavi da main sponsorship del 10,5% rispetto al 2004/05 (nel 2006/07 è prevista un’ulteriore crescita del 10,6%), mentre gli altri 17 club li vedranno diminuire del 9,3%.

Interessante il paragone tra sponsorizzazioni e diritti tv: nelle sponsorizzazioni il rapporto tra gli introiti più alti che si manifestano in Serie A e quelli più bassi è dell’ordine di 1 a 40 (ovvero, quest’anno sportivo la Juventus incasserà dallo sponsor principale circa 40 volte più di chi percepirà il minimo); nei diritti tv invece il rapporto è di 1 a 7. Ovviamente, la situazione è uno specifico dell’Italia: in Germania (dove i diritti televisivi vengono venduti collettivamente), i tre top team (Bayern Monaco, Borussia Dortmund e Bayer Leverkusen) in questa stagione sportiva attireranno il 39% degli investimenti totali.

Tutto questo mentre, per l’iniziativa di alcuni presidenti di società di serie A, è in corso una campagna per tornare alla contrattazione collettiva dei diritti tv. La vendita dei diritti tv a Mediaset (che poi ha rivenduto quelli satellitari a Sky) da parte della Juventus per 248 milioni di Euro, ha scatenato una rivolta, l’ennesima: chissà se stavolta le società avranno la forza di andare fino in fondo, oppure, come nella storia recente, desisteranno dopo aver contrattato un aumento di un tozzo di pane. Di certo la contrattazione individuale ha portato tutta una serie di problemi e sperequazioni di mercato, che hanno contribuito a rendere il campionato meno equilibrato e a tornare, dopo l’eccezione di Roma e Lazio, alla spartizione in parti più o meno eque di scudetti tra Juventus e Milan, sempre alleate (insieme all’Inter di Moratti) per mantenere lo status quo.

Ma di certo quel che si configura come un ritorno alla vendita collettiva (scomparso con la nascita del consorzio Stream) non risolverà in sé e per sé i problemi del calcio italiano. Perché questa vendita presuppone una ripartizione percentuale successiva in base al cosiddetto “bacino d’utenza” delle squadre: niente di più aleatorio, in quanto non scientificamente calcolabile, ma attuato in base ad impressioni, e consentirebbe a quelle squadre che già sono al massimo della popolarità di prendersi la fetta più grossa anche se i risultati della stagione fossero deludenti. E comunque ci sono tutta una serie di problemi del calcio che non verrebbero per niente toccati: parlo del livello tecnico generale, che si è abbassato di molto a causa delle “troppe” squadre (20, addirittura, come se 18 non fossero abbastanza), dei pagamenti in nero che servono ad integrare stipendi spesso sospettosamente bassi (soprattutto nel passaggio da una società meno importante a una più importante, ma anche nel caso contrario), delle società che spendono più di quanto ricavano o che hanno un monte ingaggi dei calciatori superiore alle entrate.

E allora come andrebbe ridefinito il sistema-calcio, per funzionare in maniera più efficiente e soprattutto per garantire una qualità dello spettacolo più elevata? In primo luogo, ci vuole l’equilibrio. E, visto che i budget per l’acquisto di calciatori non sono più quelli di qualche anno fa, è necessario tornare ad un numero di squadre minore: 18, o magari anche 16 come succedeva 15 anni fa (non nell’era paleolitica, anche se sembra così), ed ogni squadra con un limite di 20 giocatori in rosa. Questo distoglierebbe alcuni giocatori dallo scegliere di stare in grandi squadre dove potrebbero sedersi solo in panchina o in tribuna, giocando solo nelle coppe europee. E a questo punto aiuterebbe i trasferimenti a squadre che dall’apporto di calciatori che sono panchinari in Milan o Juve non potrebbero che ricevere maggior qualità. In secondo luogo, è necessario che i ricavi non siano mai inferiori alla spesa per gli stipendi. E quindi un tetto salariale del 60% sarebbe di certo auspicabile, non permetterebbe spese pazze riducendo la possibilità di fallimenti e le turbative di mercato attuate da società che nel recente passato versavano a giocatori anche di secondo piano stipendi da big. In terzo luogo, se deve essere fatta la vendita collettiva (visto che non sembra ci sia un’altra strada percorribile), la ripartizione non può essere fatta in base a criteri aleatori come il bacino d’utenza (calcolato oggi per la Lega Calcio dalla Nielsen Media Research con un’indagine campionaria che può anche dare adito a contestazioni), ma in base al ben più semplice criterio meritocratico della classifica. Chi arriva prima, prende più soldi di chi arriva dopo. E, per evitare che questo poi produca a lungo andare una disparità ancor maggiore (chi supera in classifica gli altri per un certo numero di anni può, proprio in virtù dei maggiori introiti, aumentare di ogni anno il suo divario sugli avversari), si possono studiare meccanismi di prelazione sul mercato dei calciatori simili a quelli degli Stati Uniti, dove chi arriva secondo ha diritto al “miglior giovane” dei campionati primavera o di quelli cadetti.

Il calcio è un bel gioco. Ma se il finale è sempre uguale, ogni storia finisce per annoiare prima o poi.

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