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Public Policy

Da Pechino un messaggio di fermezza

La Cina tra India e Giappone

Le complesse strategie diplomatiche della potenza emergente orientale

di Antonio Picasso - 28 aprile 2005

Gli sguardi cinesi oltreconfine sono sottili ricami intessuti di machiavellismo e confucianesimo. Ecco, forse, gli ingredienti che hanno fatto della Cina una grande potenza. E se le cifre della corsa economica confermano già in sé la forza del Paese, sembra che, ultimamente, Pechino voglia ribadire la sua posizione in termini geopolitici. Ma con un po’ di difficoltà.
È ormai dei primi di aprile, il summit di New Delhi, tra il premier cinese Wen e l’indiano Singh. L’incontro ha chiuso formalmente un contenzioso riguardante 3500 chilometri di confine, nato all’inizio degli anni Sessanta e che era stato motivo di un brevissimo scontro militare tra Cina e India.
Adesso, fatta la pace, si è deciso di andare oltre. Insieme.
I due Paesi vantano attualmente le migliori dinamiche del pil nel mondo (+9% annuo la Cina, +8% l’India) e costituiscono da soli il 40% della popolazione mondiale. Sfruttando questi primati, Wen e Singh si sono accordati per la reciproca collaborazione alla creazione di un nuovo asse geoeconomico. Primo obiettivo è quello di aumentare gli interscambi dai tre miliardi di dollari attuali ai trenta nel 2010. Se il progetto andasse a buon fine, Cina e India sarebbero capaci di porsi alla leadership dell’intera Asia e di tener testa agli Stati Uniti, ridimensionandone il peso.
Ma non è finita. Il governo cinese, infatti, ha deciso di irrigidire le relazioni, peraltro mai facili, con il Giappone. Formalmente la scintilla si è accesa per la pubblicazione, in Giappone, di alcuni libri che sottovalutano i massacri e le violenze commesse dalle truppe nipponiche, durante l’occupazione della Cina. Conseguenza dello sgarro sono state le manifestazioni di protesta degli studenti cinesi e le iniziative di boicottaggio commerciale.
Fatti da osservare come l’ultimo passaggio di una complessa operazione. Noto è l’obiettivo del Giappone di ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Di conseguenza, l’oltraggio editoriale giapponese altro non sarebbe che l’escamotage di Pechino per prendere aperta opposizione ai progetti di Tokyo. Le manifestazioni allora sarebbero tutt’altro che spontanee, bensì programmate e incentivate dal governo popolare.
La vicenda va anche inserita nella questione della riforma dell’Onu. Perché il Giappone è solo uno dei G4 aspiranti al seggio. Gli altri sono il Brasile, la Germania e, guarda un po’, l’India. Pechino, quindi, si opporrebbe a Tokyo in una medesima politica che altri suoi alleati stanno perseguendo. New Delhi in primis e, a ruota, Berlino. La Germania certo non può contare, all’interno del Consiglio di Sicurezza, dell’appoggio degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, ma vanta l’amicizia di Russia e Francia. Se a queste due il governo tedesco riuscisse ad aggiungere la Cina, vedrebbe il Palazzo di vetro molto più vicino.
Il problema sta nel fatto che il G4 non è un pacchetto scomponibile. Quindi, se la Cina ponesse il suo veto sul Giappone, bloccherebbe pure Germania e India.
Pechino è tra due fuochi allora? Ci si può aspettare di tutto, perché la diplomazia cinese ha spesso dimostrato doti imperscrutabili agli occhi delle cancellerie occidentali.

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