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L'Europa subisce l'effetto speculazioni

La cicala Ue e la formica Usa

I listini europei crescono più di quelli americani. Ma è Wall Street a salvarci la pelle

di Enrico Cisnetto - 11 luglio 2005

E fu così che la formica salvò la cicala. Sì, è stata proprio una formica, a stelle e strisce, ad evitare un crack finanziario mondiale dopo gli attentati di Londra: la tenuta di giovedì e il balzo di venerdì di Wall Street hanno salvato i mercati finanziari europei dal collasso. Tanto che le perdite si sono limitate ai 120 miliardi di euro “bruciati” sui listini europei il giorno della strage, mentre il cinismo (o buonsenso) degli operatori ha poi consentito di fermare la speculazione al ribasso degli hedge fund, di ridimensionare beni rifugio come l’oro e il franco svizzero e di mantenere sotto i 60 dollari il petrolio. Uno a zero per i mercati sul terrorismo, dunque.

Ma come è potuto accadere che la Borsa “formica” americana salvasse le Borse “cicala” continentali? In controtendenza con il brillante andamento della sua economia, infatti, Wall Street nel primo semestre 2005 ha registrato un andamento medio negativo, con lo Standard & Poor’s in perdita del 2% e il Dow Jones e Nasdaq entrambi sotto del 5%. Viceversa, le piazze europee hanno guadagnato tutte tra l’8% e l’11% dall’inizio dell’anno – per esempio il nostro Mibtel ha sfoggiato un +5,1% – nonostante che l’economia reale arranchi. Per non parlare dell’azienda Italia, dove il declino ha assunto le vesti della recessione. Insomma, è come se i mercati finanziari, al di qua e al di là dell’Atlantico, si muovessero prescindendo dai fondamentali dell’economia, disinteressate da quanto sta accadendo intorno a loro. Però, nel momento in cui scoppiano le bombe ad un passo dalla City e i mercati europei, presi dal panico, crollano perdendo in pochi minuti 4-5 punti percentuali, ecco che è Wall Street, complice il fuso orario, a riportare il denaro sugli acquisti. Si dirà: la borsa di New York ha vissuto e superato l’11 settembre, è già vaccinata al terrorismo. Anzi, dopo l’attacco alle Torri è stata l’intera economia americana, allora da tre trimestri in recessione, a recuperare velocemente. La Fed tagliò i tassi, come probabilmente farà ora la Banca d’Inghilterra, il liberale Bush si mise a fare deficit spending, e già all’inizio del 2002 la crescita del pil era di nuovo oltre il 3% annuo. Sarà dunque per questa “abitudine”, o più semplicemente perché la finanza globalizzata passa attraverso Wall Street quasi i due terzi dei 4 mila miliardi di dollari (due volte e mezzo il pil annuale italiano) che ogni giorno investe, sta di fatto che senza la sottovalutata Borsa americana le sopravvalutate Borse europee sarebbero rimaste in ginocchio. Ancora una volta allora, bisogna riconoscerlo, gli Stati Uniti sono intervenuti in nostro aiuto. Magari non disinteressatamente – un avvitamento delle quotazioni avrebbe depresso ancor di più Wall Street – ma certo nel modo più risolutivo. Sarà bene rifletterci, e non solo sul piano politico. Per esempio: siamo sicuri che sia più saggia la cicala della formica? Vale davvero la pena avere le quotazioni dei listini azionari un passo avanti rispetto alla crescita del pil? Io, potendo, farei volentieri cambio. Diciamoci la verità: se il futuro dell’economia europea (e italiana) è grigio, se mancano le idee e il coraggio di mettersi in gioco, rintanarsi nel fortino della speculazione finanziaria non rappresenta la soluzione giusta. E gioire per qualche plusvalenza in più è idiota.

Pubblicato sul Messaggero del 10 luglio 2005

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