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I conti di Epifani non tornano

La Cgil ha fatto cilecca

Gli insuccessi di una burocrazia conservatrice che chiede un tavolo per dare un senso alla poltrona

di Davide Giacalone - 07 aprile 2009

Il raduno romano della Cgil ha fatto cilecca. Non certo per una questione di partecipazione. Anzi, sulla contabilità dico subito e passo oltre: le piazze italiane sono diventate come i vasi di fagioli della Carrà, con una capienza immaginaria. Taluni sfidano la fisica dei solidi, i più direttamente il ridicolo. Le spara grosse la Cgil (2 milioni e 700 mila sono gli abitanti di Roma, non i manifestanti, distribuiti su 1.285 chilometri quadrati, non concentrati al Circo Massimo), ma le sparano colorate tutti quelli che organizzano le trasferte di truppe sfilanti. Erano tanti. Punto.

Il guaio è che erano tanti, organizzati dal centro, ma ascoltando Epifani non hanno colto lo scopo del viaggio. Giornata di sole e gita a parte. Il capo di un altro sindacato, Raffaele Bonanni, della Cisl, ha detto che gli scopi dell’adunanza non erano sindacali. Epifani gli ha risposto che non c’è “nulla di più sindacale che chiedere un tavolo di confronto”. Su questo ha ragione, è proprio sindacalese allo stato puro, difatti non significa un accidente. Ha sborsato i soldi, grazie alle banche finanziatrici, ha scomodato tutta quella gente, ha massacrato il sabato dei romani, solo per farsi ricevere a Palazzo Chigi e poggiare i gomiti su un tavolo? Ma dategli una stanza! No, osserva Epifani, il fatto è che adesso “faremo pesare” la manifestazione. E’ già pesata, ma per il futuro non si faccia illusioni, è già dimenticata. Per due ragioni.

La prima è di ordine sindacale, visto che la Cgil ha preferito il protagonismo solitario, anche per ricucire le divisioni interne, le altre confederazioni preferiranno che continui a coltivare l’isolamento, mentre loro trattano. Visto che non c’è un solo sindacalista di vertice che non sia passato alla politica, che nessuno è tornato (tornato? vabbe’) a lavorare, è normale che ciascuno si regoli secondo convenienza politica. Il guaio dei sindacati, però, non è il non avere piattaforme comuni, bensì il difettare di lavoratori iscritti. Rappresentano una minoranza dei lavoratori, più che altro nel settore pubblico, ed i tesserati sono in maggioranza pensionati. Sapete quanto gliene importa, agli altri sindacati, che la Cgil abbia scarrozzato una piazzata di gente? Appunto.

La seconda ragione d’insuccesso è che, come i suoi predecessori e come i sui successori (accetto scommesse), Epifani sbarcherà, se non si spappola, nel partitone della sinistra. Quindi convoca la manifestazione, come a dicembre convocò lo sciopero generale, per far la conta di chi c’è e chi manca e per far vedere chi ha ancora quattrini da spendere e gente da mobilitare. Questa volta, però, lo hanno gabbato, perché ci sono andati tutti. Giulivi, indossando i soliti costosi casual da marcia, dichiarando adesione. Zero a zero e palla al centro.

E veniamo alla sostanza, tanto si fa presto. Chiedono “una verifica attenta degli ammortizzatori sociali”. Formula gemella e significativa tanto quanto la richiesta del tavolo. In pratica chiedono più soldi per finanziare la cassa integrazione ed evitare i licenziamenti. Non dicono chi debba metterceli, ma questo è un dettaglio: la controriforma pensionistica la misero in conto ai precari. Resta sbagliato l’obiettivo.

Quegli “ammortizzatori” sono, in realtà, degli incollatori, utili a non cambiare nulla e costituiscono una gran fregatura per i giovani. Epifani la spunterà, su questo, perché avrà dalla sua il governo, che preferisce evitare tensioni, la Confindustria, che detesta i fallimenti e contiene l’impresa assistita, gli altri sindacati, intenti ad amministrare il loro potere contrattuale.

Quello che li regge non è la forza delle manifestazioni, che sono l’inutile esercizio di un diritto, ma quella della conservazione e della stagnante continuazione nel sempre uguale. La crisi poteva essere l’occasione per rompere e cambiare. Questo avrebbe dovuto chiedere un vero sindacato, rappresentativo degli interessi dei lavoratori. La burocrazia conservatrice, invece, chiede un tavolo. Per dare un senso alla poltrona.

Pubblicato da Libero di martedì 7 aprile 2009

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