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Lo scenario devastante del pre-elezioni

La buona e la cattiva notizia

Non rallegriamoci per il mancato contagio della crisi americana. Pensiamo a salvarci dal declino

di Enrico Cisnetto - 10 aprile 2008

Ci sono due notizie, una buona e una cattiva, che caratterizzano questa poco coinvolgente vigilia elettorale. Quella buona è che l’Italia non è stata contagiata dalla crisi finanziaria nata negli Stati Uniti dal crack dei mutui subprime e dallo scoppio della bolla speculativa immobiliare. Quella cattiva è che rischiamo ugualmente la recessione. Questa la triste conclusione che si evince dal combinato disposto dei dati Fmi e Ocse degli ultimi giorni.

Alla fine, infatti, il “conto” della crisi internazionale è arrivato in tutta la sua pesantezza: 1.000 miliardi di dollari, spicciolo più, spicciolo meno. Stima raddoppiata rispetto ad un anno fa, mentre molti economisti – primo fra tutti George Soros, uno che sulle crisi globali la sa lunga – pensano che per la bolla americana siamo ben lontani dal vedere la fine del tunnel. Facciamo voti per i nostri amici americani, dunque, ma se gli Usa piangono, qui da noi non è proprio il caso di ridere. Sempre dall’ Fmi, infatti, è arrivata l’ennesima mazzata sulle previsioni per la crescita italiana: pil tagliato allo 0,3% non solo per quest’anno, ma anche per il 2009. Dunque quella che si prospetta è una “crescita zero” di medio periodo, con l’Italia protagonista negativa in Eurolandia, la quale dovrebbe crescere invece dell’1,4%.

Buon peso, altre “bad news” arrivano dall’Ocse: ancora una maglia nera per l’Italia, ultima per produttività tra i paesi membri, battuta anche da Grecia e con tassi simili al Messico (paese onorabilissimo ma non proprio popolato di grandi lavoratori). I dati più allarmanti sono quelli che riguardano il pil pro-capite: tra il 2001 e il 2006 la crescita italiana su questo fronte è stata prossima allo zero, contro l’1% della Germania e dell’area Euro, e il 2% dei paesi Ocse. In particolare, il Factbook 2008 segnala che negli ultimi anni la frenata italiana è stata la più brusca, simile solo a quella del Portogallo. Ultima doccia fredda: il dato della produttività multi-fattore. Un indicatore poco conosciuto al grande pubblico eppure altamente significativo, che segnala la salute di un sistema industriale, e che tiene conto anche del “peso” di ricerca e sviluppo. Qui anche il segno più diventa un miraggio: -0,5% nel periodo 2000-2005. Sintomo particolarmente pericoloso, questo, perchè fotografa una struttura produttiva vecchia, fatta di specializzazioni antiquate, modelli operativi decotti, capitale umano non all’altezza.

L’unica notizia positiva – anche se fino ad un certo punto – in questo scenario devastante è quella che riguarda, sul fronte della finanza pubblica, le entrate: Bankitalia segnala un loro incremento del 10,58% nei primi due mesi del 2008. Probabilmente si tratta di una “coda lunga” del trend registrato l’anno scorso, destinato a prendere un’altra direzione nei prossimi tempi, viste le previsioni negative sul fronte dell’economia reale. E il segnale che viene dal debito pubblico, tornato ad aumentare, la dice lunga su cosa attende il prossimo ministro del Tesoro.

Ma a parte i dati congiunturali, il fatto è che l’Italia ha punti di debolezza ormai incistati nella tendenza di lungo periodo: crescita inferiore di un punto l’anno a quella europea e di oltre due a quella americana, bassa produttività, salari in coda a tutte le classifiche e che non reggono alla prova del potere d’acquisto. Tutte deficienze ormai divenute strutturali.

Le responsabilità di questo stato di cose sono giocoforza molteplici, e nessuno può tirarsi fuori. Non i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, che non hanno saputo anteporre il senso dello Stato alla diffusa sindrome Nimby (non nel mio giardino), assecondando invece l’opinione pubblica impaurita e disinformata per scelte fondamentali come quelle riguardanti energia ed infrastrutture. Non le imprese, che non hanno saputo cogliere la sfida della globalizzazione, preferendo invece arroccarsi – salvo minoranze troppo esigue per essere trainanti – su produzioni di nicchia e atteggiamenti da “rentier”. E non certo i sindacati, che oggi scontano – finalmente – una crisi di rappresentanza e di identità (vedi caso Alitalia). Nessuno può tirarsi fuori, insomma, anche se adesso non serve dare la caccia al colpevole, ma semmai urge condividere la diagnosi e rimboccarsi le maniche. Proprio per questo, per favore, non rallegriamoci per il mancato contagio della crisi americana. Perchè sta a significare solo una cosa: che non abbiamo bisogno di importare il declino, in questo ce la caviamo benissimo da soli.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario