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Contributi statali sprecati e condannati

La bufala del digitale terrestre

Un sistema inutile introdotto dall’Ulivo e poi accolto dal governo di centro-destra

di Davide Giacalone - 25 gennaio 2007

Quando il governo di centro destra stanziò i contributi per l’acquisto di decoder televisivi, la totalità della sinistra gridò allo scandalo ed al conflitto d’interessi. Sussurrai che si trattava di roba inutile e masochista. I fatti mi hanno dato e ridato ragione, ed ora arriva anche la condanna europea, ciliegina su una torta che, in verità, è una frittata. Si tratta di una faccenda a suo modo esemplare, capace di far capire molto di come vanno le cose della politica e degli interessi aziendali.

Sono più di venti anni che quanti si sgolano per reclamare più pluralismo televisivo si battono, al tempo stesso, perché qualche canale chiuda. Non chiedetemi quale sia la logica e la coerenza, perché non ci sono. C’è un vastissimo fronte di politicanti che non sa quel che dice e che con fantasia pari a zero continua a cianciare del “far west televisivo”. In quel caos si poteva mettere ordine, senza penalizzare il mercato, senza togliere nulla agli ascoltatori e favorendo la nascita di altri concorrenti, semplicemente dando regole certe. Questo fu il tentativo della legge 223 del 1990, meglio nota come “legge Mammì”. Figliò un numero impressionante d’inchieste giudiziarie, scandali millantati, arresti, titoloni di giornale, il tutto per giungere, dopo più di dieci anni, alla dimostrata e conclamata totale innocenza dei coinvolti. Ma la legge era già morta. Da lì in poi una sinistra cieca ha pasticciato in ogni modo, provocando gli interventi della Corte Costituzionale e adoperandosi per salvaguardare l’unico vero faro di tutta la sua azione: la Rai, televisione di Stato a lottizzazione garantita. Sono gli errori di tale sinistra ad avere creato la necessità di superare quelli che tecnicamente si chiamano “periodi transitori”, e che altro non sono che previsioni di future, inesistenti, trovate risolutive. Ecco, fu questa sinistra, allo scadere della legislatura, a varare la legge 66 del 2001, che annunciava l’avvento del pluralismo con il passaggio totale e definitivo, entro la fine del 2006, al sistema digitale terrestre. Una solenne e straordinaria cretineria.

Sappiamo tutti che il mondo delle trasmissioni analogiche (la radio e la televisione che oggi riceviamo con le normali antenne) sarà soppiantato da quello delle trasmissioni digitali, ed in parte già lo è (con la televisione dal satellite, con la radio Dab). Ma quella legge stupida stabiliva che il passaggio sarebbe avvenuto grazie all’avvento di un particolare tipo di digitale, che trasmette in orizzontale (al contrario del satellite) e che, pertanto, è detto terrestre. Errore, perché quello sarà uno dei sistemi, ma non sarà mai l’unico. Mai. E non è interattivo, come qualche frescone ha sostenuto.

La cosa davvero curiosa è che quella cretineria è piaciuta da morire al governo di centro destra, che l’ha presa e messa, pari pari, nella legge Gasparri. A chi li accusava di avere favorito Berlusconi e le sue televisioni rispondevano: sbagliate, questa è una decisione presa dalla sinistra, ed anche le date sono quelle stabilite da loro. Era vero, ma restava una cretinata. A discussione aperta cominciai a scriverlo, prevedendo che la data del 2006, entro la quale si sarebbe spento il segnale analogico, non sarebbe stata mai rispettata. Mi dissero che mi sbagliavo. Il 2006 è passato, e pare che io abbia avuto ragione. E qui arriva la faccenda dei contributi, che ci fruttano la condanna.

Per favorire il rispetto di quella data impossibile il governo di centro destra decise, per il 2004 ed il 2005, di dare dei contributi ai cittadini che avessero comprato il decoder. In tutto 220 milioni. Buttati. Perché il nostro è un Paese dove anche chi non ha fissa dimora possiede un telefonino, dove si vende tutto quello che ha a che vedere con l’elettronica di consumo senza bisogno di alcun aiutino di Stato. Il contributo statale, come previsto, ebbe un effetto distorsivo ed inverso: dato che quel coso inutile, il decoder, mia zia lo ha ritirato gratis, con il contributo statale, col cavolo che io lo vado a pagare, che lo regalino anche a me. Morale: decoder pochi, contributi inutili e condanna europea. Da premio Nobel per la dabbenaggine.

Qualcuno penserà: vabbé, ma gli interessi di Berlusconi sono stati messi in salvo. No, questo è il bello (o l’orrido, a secondo dei gusti), perché non potendo far funzionare una legge priva di senso della realtà si riconsegna l’intera materia, con tutti i problemi aperti ed i periodi transitori indefiniti, nelle mani di una maggioranza che gli è ostile, che farà pesare, eccome, tanto il bene quanto il male che potrà fare. Un po’, e lo scrivo con doppio rammarico, come nel campo della giustizia: gran caciara, scontri all’arma bianca, battaglie forsennate e risultati da cercarsi con la lente d’ingrandimento. Ed anche per la giustizia l’Europa continua a condannarci.

Questo è quel che è successo, e la ciliegina sulla frittata è solo l’ultimo risultato di una politica che non ha saputo ragionare in grande e pensando al sistema Paese, finendo con il penalizzare il sistema produttivo e le aziende, Mediaset compresa. Adesso la palla torna alla sinistra nuovamente al governo, ed autrice dell’originaria castroneria. Ma non preoccupatevi, tanto pur di tenere in piedi la Rai, alla fine, punteranno a salvare l’esistente. Magari con l’aggiunta delle trovate rifondarole sui film, in modo che Totò sia garantito per i prossimi duemila natali.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato da Libero del 25 gennaio 2007

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario