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Crisi economica

La borghesia è povera

Il numero degli imprenditori si è quasi dimezzato. A pagare il prezzo della recessione è prima di tutto il ceto medio-alto. La borghesia “buona”, quella che lavora sodo, si carica di responsabilità e si assume dei rischi, non quella delle rendite....

di Enrico Cisnetto - 21 maggio 2012

L’ultima notizia viene dalla Fiat: tutti i 5.400 impiegati delle strutture centrali di Mirafiori, andranno per sei giorni in cassa integrazione ordinaria. È la prima volta nella storia della casa torinese che ai colletti bianchi tocca la stessa sorte delle tute blu. Certo, ci sono stati momenti di chiusura totale di stabilimenti e uffici, come nel 1980 quando il blocco voluto dal sindacato sfociò nella famosa “marcia dei 40 mila”, ma mai è capitato che fosse riservato dall’azienda un simile trattamento solo a loro. Ma non è un caso isolato.

L’altro giorno Ibm Italia ha licenziato senza preavviso una trentina di dirigenti, con età media tra i 40 e i 50 anni e stipendi di fascia alta, tutti ubicati presso la controllata Gbs che fornisce servizi interni di consulenza. Essi si vanno ad aggiungere ai 104 mila dirigenti che la crisi ha falcidiato tra il 2008 e il 2011, pari a una caduta del 20,8% rispetto ai 500 mila che erano.

La notizia è di qualche giorno fa, ma pochissimi gli hanno dato rilievo. Eppure significa che in tre anni il numero di manager è crollato, con tanti “capi” rimasti disoccupati e altri che sono riusciti a trovare una qualche sistemazione solo perché hanno accettato una qualifica più bassa (alcuni sono tornati “quadro”) o addirittura perché si sono reinventati co.co.pro facendo i consulenti di piccole imprese.

Ora, se a questo si aggiunge il fatto che negli ultimi sette anni (dal 2004 al 2011) il numero degli imprenditori – intesi come coloro che gestiscono la propria impresa (agricola, industriale, commerciale) senza essere direttamente coinvolti nel processo produttivo – si è quasi dimezzato, passando da 402 mila a 232 mila unità, si capisce come a pagare il prezzo della recessione prolungata che stiamo vivendo dal 2008 ad oggi sia stato prima di tutto il ceto medio-alto. Sto parlando, prevalentemente, della borghesia “buona”, quella che lavora sodo, si carica di responsabilità e si assume dei rischi, non quella delle rendite che vive (almeno così è stato finora) percependo interessi e riscuotendo affitti.

Dico questo perché non mi pare che, sommersi come siamo dalla marea montante di un populismo da quattro soldi, si sia ancora percepito bene quali rivolgimenti sociali siano in atto nel profondo della società italiana. Se si pensa che nei quattro anni in cui la riduzione del personale dirigente è risultata vertiginosa, segnando una vera e propria rottura, la contrazione generale dell’occupazione è stata dell’1,9%, si capisce come le ristrutturazioni e delocalizzazioni prima ancora che le chiusure delle imprese abbiano sacrificato la parte alta delle piramidi aziendali molto più di quella bassa.

Il che significa migliaia di persone che a 45-50 anni sperimentano il dramma della disoccupazione (senza tutele previdenziali, assistenziali o assicurative) e per le quali è sempre più difficile trovare occasioni di ricollocazione, anche accettando la dequalificazione.

Insomma, c’è una nuova forma di precariato e di emarginazione, che si somma all’esercito dei vecchi e nuovi poveri. Insieme con i tantissimi imprenditori che non ce la fanno più, vanno a formare un inedito ceto sociale, cui i media e le forze politiche e sociali dovrebbero prestare massima attenzione, sia perché rappresentano uno spreco di risorse economiche che non ci possiamo permettere, sia perché in esso si annida potenzialmente la protesta cieca. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario