ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • La barca regge, non è l’apocalisse

La cassa integrazione non salva i lavoratori

La barca regge, non è l’apocalisse

Il nostro Paese rischia di mancare ancora una volta l’occasione della crisi

di Davide Giacalone - 06 marzo 2009

Ci avviciniamo all’occhio del ciclone. Senza colpi di scena, nei tempi previsti. Banca d’Italia fissa al 2,6% la discesa del prodotto interno e Tremonti parla di un 2009 peggiore del 2008. Gran parte delle previsioni si basano sulla finzione che la seconda metà dell’anno sarà migliore della prima, ma è un articolo di fede. Resto fermo agli orientamenti iniziali, mettiamo in conto un meno 3%.

La barca regge, non è l’apocalisse. Quel che preoccupa è una parte dell’equipaggio, incapace di vedere la burrasca e meccanicamente intento a fare le cose di ieri, quando si era dentro ad un porto. Prendiamo i dati diffusi dal governo: nel biennio 2009-2010 si prevede di spendere 24 miliardi per gli ammortizzatori sociali ordinari (leggi: cassa integrazione) ed 8 per quelli in deroga (leggi: cassa integrazione per chi non ne ha diritto e non ha versato i contributi). Totale, 32 miliardi.

Poi si passa al capitolo investimenti per le grandi infrastrutture, e si annuncia, con entusiasmo, la spesa imminente di 16,6 miliardi. Significa che la spesa corrente per cassa integrazione sarà doppia rispetto agli investimenti incrementali. Nulla d’irragionevole, in momenti di crisi può succedere. Quei soldi, però, rischiano di drogare, di attenuare la percezione circa l’inadeguatezza degli ammortizzatori sociali.

Detto in breve: la cassa integrazione non salva i lavoratori, ma i posti di lavoro. Nasce nell’Italia con la lira, che recuperava competitività ricorrendo alle svalutazioni e cogovernava consociativamente, mettendo in conto a Pantalone i salvataggi delle aziende, anche se fallite per colpa di proprietari ed amministratori incapaci. Era un modello, che a me non piaceva, ma aveva un senso. Ora è fuori dal mondo. Le aziende non competitive devono fallire, i posti di lavoro non produttivi si devono perdere, altrimenti c’impoveriamo tutti, legando i vivi ai morti. Ci vuole, certo, la spesa pubblica per sostenere mercato e lavoratori, ma non può essere concepita secondo quel vecchio andazzo.

Lo so, non basta dire “nuovo” per significare “buono”. Ma vedo in giro troppa gente che pensa sia buono il vecchio, e si sbaglia. Non spaventano i soldi che non abbiamo, ma quelli che spendiamo male. Stiamo mancando l’occasione della crisi. Nel senso che ci teniamo la crisi e perdiamo l’occasione.

Pubblicato su Libero di venerdì 6 marzo

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario